Separati in casa: è questo al momento il rapporto tra Petrachi e la Roma a neanche un anno dall'annuncio ufficiale del matrimonio. Ieri a Trigoria c'è stato un lungo vertice tra l'ad Fienga e il ds nel corso del quale è stato fatto presente al dirigente ribelle che quel messaggio tanto rancoroso rivolto a Pallotta rappresenta il punto di non ritorno nel rapporto professionale. Petrachi non ha però nessuna intenzione di lasciare il club (forte di un rapporto di altri due anni) e chiede semmai di essere esonerato dall'incarico («sennò continuo così»). Dal canto suo Pallotta ha chiesto al suo team legale di valutare un possibile licenziamento per giusta causa e non sembra disposto a riconoscere alcuna buonuscita per il divorzio. In mezzo c'è Fienga che media e che vorrebbe dedicarsi solo alla squadra, vicina al nuovo esordio nel campionato con tre mesi di stagione davanti che saranno decisivi anche per gli esiti economici di quella successiva.La storia tra Petrachi (che poi ieri come se niente fosse si è allungato in campo a seguire l'allenamento pomeridiano) e la Roma si sta dunque per chiudere (potrebbe succedere oggi o a settembre, ma il destino è segnato).

Per conquistare la direzione sportiva giallorossa il ds nella primavera del 2019 vinse la concorrenza di altri quattro candidati, due italiani e due stranieri. Ricky Massara era l'uomo di dentro che avrebbe potuto spiccare il salto per prendersi tutte le responsabilità, ma il suo progetto, esposto a metà aprile a Boston, non folgorò Pallotta e così dopo qualche settimana l'ex fedelissimo di Sabatini lasciò Trigoria per approdare al Milan, dove adesso rischia di essere trascinato nella crisi che ha allontanato da Milanello Boban e che allontanerà probabilmente anche Maldini. L'altro italiano era Andrea Berta, il cui nome è tornato curiosamente d'attualità proprio in queste ore, direttore sportivo bresciano di nascita ma da anni all'Atletico Madrid. Poi c'erano un tedesco, l'esperto analista tattico Sven Mislintat, poi approdato allo Stoccarda, e un portoghese, Luis Campos, consulente del Lille.

Tutti bocciati, o meglio, rimandati, un unico promosso: Gianluca Petrachi di Lecce che, tra le altre qualità, ha convinto Pallotta soprattutto per un aspetto. Per motivi di vicinanza geografica, tecnica e umana (sono amici d'infanzia), l'ex direttore sportivo del Torino sembrava l'uomo giusto per portare a Roma Antonio Conte. Nell'incontro con Baldini e Pallotta, Petrachi si era mostrato possibilista e la Roma si convinse ad affidargli la poltrona, sfidando peraltro l'ira di Cairo che furbescamente, dopo averlo messo in condizione di andar via limitando di molto le sue competenze al Torino, fece pure l'offeso e si mise di traverso fino a spuntare un accordo transattivo per lasciarlo andare (accordo peraltro mai ufficialmente riconosciuto, che comprendeva anche i cartellini di due talenti della primavera, Greco e Bucri, il primo dei quali ha anche fatto benissimo nella primavera del Toro). Nel frattempo Conte incontrò i dirigenti della Roma (in un doppio incontro vide Fienga, Baldini e ovviamente Petrachi) ma preferì loro Milano, sponda Inter.

Fu quella la prima di una lunga serie di circostanze che a poco a poco hanno minato la direzione sportiva petrachiana. I suoi atteggiamenti "muscolari" nello spogliatoio, la sua dialettica non sempre centrata (con gaffe sul calcio maschio, «altrimenti ci mettiamo il tutù e andiamo a danza», che fece infuriare molte calciatrici, la ct Bertolini e il ministro Spadafora), alcune uscite pubbliche inopportune (l'ammissione di aver incontrato l'Inter a maggio, quando in teoria era del Torino, le critiche rivolte a Dzeko prima del rinnovo, i riferimenti sdegnosi ai dirigenti dell'Inter, la battuta su Pallotta che non è Paperon de' Paperoni), una certa tendenza al superomismo (sottolineata ogni volta nelle sue interviste, con la retorica dell'uomo avversato dalla stampa perché non si piega a prendere caffè con i giornalisti, sic...), e anche l'asprezza nei rapporti interni (che lo ha portato anche alla rottura con il fidato Leo Longo, l'uomo della segreteria trasferitosi con lui dal Torino) sarebbero comunque rimasti atteggiamenti rubricati a semplici effetti collaterali da sopportare, se non ci fosse stato invece l'episodio della sfuriata negli spogliatoi all'intervallo della partita di Sassuolo.

Quella sera Petrachi passò il segno e soprattutto per la prima volta Fonseca si allontanò da lui. Fino a quella notte, infatti, l'allenatore aveva sempre giustificato il suo ardore a volte eccessivo nei confronti dei giocatori, ma quando rientrando dal campo all'intervallo della sfida si rese conto che il ds era arrivato prima di lui e aveva espresso con toni piuttosto duri tutto il suo sdegno per il risultato che stava maturando (la Roma era sotto 3-0), l'atteggiamento cambiò. Paulo lo fece capire a modo suo, in una conferenza stampa, quando si limitò a ribadire che all'intervallo delle partite l'unico titolato a parlare alla squadra è l'allenatore. Funziona così ovunque, tranne che nelle squadrette di piccolo cabotaggio (o quando ancora lavorava Moggi). Da quel giorno qualcosa si è incrinato e nelle ultime settimane l'atmosfera è tornata ad essere pesante, soprattutto nella percezione di Petrachi.

Sul mercato probabilmente ha sofferto l'orizzonte già definito: nei vertici operativi, condivisi con Fonseca per l'aspetto tecnico e con Fienga per quello amministrativo, si è deciso di puntare su un solo grande obiettivo per la prossima stagione (Pedro, accordo sostanzialmente già chiuso da Baldini) e sulla conferma di Smalling e Mkhitaryan, altre due trattative da condurre in Inghilterra, sfruttando i buoni rapporti con le società inglesi del consulente di Pallotta, sempre con la piena condivisione di Petrachi (che alla sua prima conferenza stampa aveva dichiarato che se avesse avuto la percezione dell'invadenza di Baldini avrebbe immediatamente rimesso il suo mandato). Il resto del mercato si deciderà più avanti, dopo aver verificato quante cessioni tra quelle ipotizzate sono state centrate e, soprattutto, il piazzamento della Roma in campionato e in Europa League.

Poi ci sono stati il riferimento, nell'ultima intervista su Sky (autorizzata dalla società, a conferma della "pienezza" riconosciuta al ruolo di Petrachi fino a poco fa) a una certa indolenza mostrata dalla squadra in allenamento, e infine l'episodio decisivo: gli insulti inviati a Pallotta via sms dopo l'episodio dell'omesso riferimento al ds nei ringraziamenti a Fonseca. Con atteggiamento ribadito anche all'ad Fienga che gli ha pure (vanamente) spiegato che in un'altra parte dell'intervista stralciata Pallotta aveva citato (e ringraziato) anche lui per il lavoro svolto. Due gli effetti ottenuti dalla sfuriata di Petrachi: la richiesta di licenziamento e la censura delle parole di elogio nell'intervista poi pubblicata solo ieri pomeriggio. Bel capolavoro.