Intensa, alle prese con le montagne russe fra esaltazione e depressione tipiche del romanismo, per certi versi anche dura. È la vita del direttore sportivo alla Roma, ruolo che nell'era americana hanno occupato stabilmente in tre: Sabatini, Monchi e Petrachi. Più un quarto, Massara, che ha vissuto due brevi interregni, dopo l'addio del mentore Walter (del quale è stato fidatissimo alter ego) e prima dell'avvento dei suoi successori. Appartiene all'attuale dirigente del Bologna la reggenza più lunga: dall'arrivo della nuova proprietà nella primavera 2011 fino all'autunno 2016, quando fra Pallotta e il suo primo ds si consuma uno strappo doloroso e non privo di caustici scambi verbali a distanza.

Eppure gli anni sabatiniani sono quelli dei mercati più dinamici: scoppiettanti, ricchi di colpi di scena e battaglie a distanza (spesso vinte) con competitor anche più ricchi. Figura di stampo sudamericano, estraneo agli schemi dell'attuale ambiente calcistico, colto, amante di un'estetica decadente e poetica, meglio di tutti riesce però a incarnare l'american way of football: enorme flusso di acquisti e cessioni, mosse in grado di stupire, allestimento di squadre modulato in base alle diverse fasi. Di prospettiva nel primo biennio, quando pesca talenti cristallini e giovani a costi accessibili: Pjanic, Bojan e Marquiños su tutti; alla ricerca di forti personalità con l'avvento di Garcia: Maicon, Strootman, De Sanctis e Benatia gli emblemi del nuovo corso; per finire con colpi propedeutici al definitivo salto di qualità, come Alisson, Szczesny, Rudiger, Salah e Dzeko.

Perfino nella sua ultima sessione invernale riesce a centrare il meglio possibile, con El Shaarawy e Perotti. Ma il rapporto con Pallotta già scricchiola da mesi e le ingerenze presidenziali sulla guida tecnica sono acuite da antitetiche visuali mediatiche e gestionali. L'ultima squadra costruita da Sabatini è quella che più si avvicina al titolo (a 4 punti dalla Juve campione), la sua conduzione annovera anche diversi flop, ma l'eredità lasciata è di prim'ordine. Tocca a Ramon Rodriguez Verdejo detto Monchi raccoglierla: l'artefice del miracolo Siviglia sembra un marziano, pacato, affabile, moderno. Sceglie Di Francesco per la panchina, cambia la rosa ma senza rivoluzioni sostanziali in un immediato non semplice dopo-Totti e punta gran parte delle fiches su Schick. Ai balbettii in campionato (chiuso comunque al terzo posto) fa da contraltare una Champions maestosa, preludio di grandi imprese nell'anno successivo. Ma l'usato costoso è tutt'altro che sicuro: gli Nzonzi e i Pastore deludono, Difra diventa poco difendibile e gli attriti col presidente inevitabili. Dopo nemmeno due anni anche lo spagnolo saluta, accompagnato da ferochi critiche pallottiane (e non solo). È il turno di Petrachi, che arriva dopo una lunga querelle col Torino. Agli antipodi rispetto al predecessore - sanguigno, rude, pratico - i suoi acquisti rendono bene. Ma il feeling con l'ambiente non scatta.