Il primo bacio. La prima volta in cui hai fatto l'amore, la prima vacanza con gli amici. La prima volta che hai visto la neve o la persona che poi hai sposato. Tuo figlio appena nato. Il primo giro in bicicletta senza rotelle. Il primo giorno delle elementari, delle medie, delle superiori. Di lavoro. Il primo volo.

Potrei andare avanti snocciolando un'altra lunga serie di prime volte e sono sicuro che, leggendole, ad ognuno di voi riverrebbero in mente le sue. E con loro le emozioni provate, le sensazioni. La felicità, le angosce: tutto. Compreso quel guardarsi intorno rimanendo stupiti ma cercando, con qualche imbarazzo, di darsi un tono. Oppure, perché no, anche di lasciarsi andare. Godendosi completamente la situazione, la circostanza. E così, come per tutto il resto, anche la prima volta che sei andato allo stadio a vedere la Roma.

Sarà che mi manca terribilmente. Sarà che in questo momento arriverei all'Olimpico due ore prima anche per una amichevole con la Giana Erminio. Ma ho voluto ripensare a quel pomeriggio, di tanti anni fa, che resta e resterà, per sempre, indimenticabile.

Era l'alba del 1983, precisamente il due gennaio: Roma-Genoa 2-0. Quella era la squadra dello Scudetto, quella che qualsiasi tifoso ancora oggi recita, a memoria, come fosse una poesia: Tancredi, Nela, Vierchowod, Ancelotti, Falcao, Maldera, Conti, Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei, Iorio. E proprio quegli undici, fatalità, scesero in campo quel giorno. Un pomeriggio speciale, non solo per me, se considerate che - proprio grazie a quei due punti contro i rossoblù e al concomitante pareggio del Verona con l'Inter - Nils Liedholm e i suoi ragazzi si confermarono in testa alla classifica.

Da mesi torturavo mio padre. E quella volta, finalmente, portò anche me, ragazzino, e mia sorella. In nord, lato Monte Mario. Mi guardavo intorno, ascoltando. Tutto. Quasi imbambolato dopo che, terminata la scalinata, mi era esploso davanti il verde smeraldo del campo. Me ne stavo seduto, in silenzio. Con la bandiera arrotolata perché mi vergognavo a sventolarla. Affascinato, invece, da quelle lontane della Curva Sud. Era imponente. Poi, un sussulto, eccola: la Roma! Con un intero popolo a spingerla tra canzoni e urla, battute e imprecazioni, sorrisi e abbracci: una simbiosi senza eguali. Quasi che il quadro non avrebbe avuto senso senza quella cornice.

Poi il fischio d'inizio e, solamente dopo quattro minuti, il gol del vantaggio giallorosso: inserimento di Aldo Maldera, palla filtrante di Bruno Conti e Corti, centrocampista genoano, che per anticipare l'avversario la butta alle spalle di Martina. Una autorete, già.

Che se Giuseppe Corti, onesto giocatore di squadre di basso cabotaggio come Pergocrema, Arezzo, lazio e Fiorenzuola, sapesse che c'è chi, ancora oggi, parla di lui probabilmente sarebbe il primo a non crederci. Eppure, lui per me, resta un protagonista indimenticabile. Il primo marcatore nella mia storia con lo Stadio Olimpico, con la Roma. Una storia iniziata con il sorriso non solo grazie al suo gol ma anche, rete ben più simbolica, per la bomba su punizione con cui, ad inizio ripresa, Agostino Di Bartolomei chiuse definitivamente una partita mai iniziata. Quel boato, pure lui, io non me lo scorderò mai.