Tra la Roma e l'infinito c'è di mezzo il palo. Ancora una volta. O meglio, i pali. Perché sono due i legni che hanno impedito di chiudere la settimana esattamente come era cominciata (e proseguita): divinamente. Forse proprio le tanto sollecitate divinità del pallone hanno pensato che fosse troppo da reggere per le coronarie romaniste una vittoria in pieno recupero in un derby giocato soltanto a sprazzi.
Errore: i romanisti ce l'avrebbero fatta ancora, ormai vaccinati dagli incredibili giorni appena trascorsi. Che hanno allineato le stelle capovolgendo al contempo l'universo (intero e quello giallorosso in particolare) e uccidendo ogni mantra mainagioista. Ma tant'è. Bisogna piuttosto fare tesoro di altre soddisfazioni. Prima fra tutte quella dei dirimpettai in festa per un pareggio che non solo non cambia le cose, ma complica loro notevolmente la strada verso l'Europa che sarà. «Abbiamo fatto meglio del Barcellona e fermato una delle prime quattro squadre d'Europa», è il refrain più in voga a fine match, lontano dagli sfottò da derby e borbottato fra loro, lontano da orecchie nemiche. Ma non abbastanza, evidentemente. Senza contare peraltro che negli scontri diretti è la squadra di Di Francesco in vantaggio, e che il calendario indica almeno sulla carta un cammino parecchio più benevolo nei confronti dei giallorossi.

Eppure la gara non è stata semplice nemmeno per i nostri. Al fischio d'inizio la sbornia post-sfida con il Barcellona non sembra passata e la Roma appare contratta molto più del lecito. Sono i protagonisti assoluti dell'epica sera di Champions a proseguire sulla scia di quanto messo in mostra nella notte dei sogni, delle coppe e dei campioni: Manolas, De Rossi, Dzeko. Sono loro a ergersi fra i migliori della prima parte, come se il fischio finale di martedì fosse proseguito in quello iniziale del derby. Oltre ai tre eroi, la solita Curva Sud, che inscena una coreografia da brividi, con tanto di lezione di storia gratuita ai dirimpettai, persi nei consueti pensieri rivolti al giallorosso, che colora anche parte del lato Nord. Ma è a Sud che bisogna guardare per avere gli sguardi riempiti dalla Grande Bellezza. «Una Lupa i gemelli nutre. E si chiama Roma la sovrana del mondo». Almeno sugli spalti: gioco, partita, incontro.
In campo invece la squadra della Capitale parte in versione diesel, giocando molto alta e provando (quasi sempre) con successo a mandare in fuorigioco gli avversari. Quando non ci riesce, Parolo si trova a tu per tu con Alisson, ma strozza il sinistro al volo e manda fuori. Poco prima lo stesso centrocampista aveva sparato alto in corsa dal vertice destro dell'area dopo un'incomprensione fra Kolarov e Jesus.

Eppure l'occasione più ghiotta capita alla Roma poco dopo la mezz'ora. Sui piedi che non ti aspetti. I giallorossi avvolgono il gioco da sinistra alla corsia opposta, passando prima per Dzeko e poi per Nainggolan. Il Ninja tiene perfettamente fede ai panni da trequartista cuciti su misura per lui dal tecnico e inventa un corridoio fantastico per Bruno Peres, ma il diagonale del brasiliano viene respinto dal palo a Strakosha abbondantemente superato. L'occasione scuote gli uomini di Di Francesco, che vivono il momento migliore del primo tempo proprio nel quarto d'ora finale. È Manolas a suonare la carica, salendo palla al piede e dando il via a un'azione tambureggiante che manda al cross basso e teso Kolarov, ma Dzeko viene anticipato. La Roma però insiste, questa volta dalla parte opposta, con un ottimo spunto di Schick che costringe al fallo da ammonizione Radu. Probabilmente la cosa migliore della partita del ceco, in ombra fino alla sostituzione con Ünder, dieci minuti dopo l'inizio della ripresa.
Di Francesco colloca Cengiz leggermente più avanti rispetto a Nainggolan (che si ritrova ad agire in posizione centrale), provando a sfruttare i suoi proverbiali spunti in velocità. E in effetti il turco punge molto più di Schick, mandando subito al tiro a giro Dzeko con un improvviso cambio di gioco. Le occasioni latitano nella parte centrale, in cui le due squadre cambiano qualcosa nei rispettivi assetti.

Quando Manolas viene toccato duro alle spalle da Milinkovic (non sanzionato), il greco chiede il cambio e al suo posto entra Florenzi, che ci mette un po' a registrare la fase difensiva facendo correre qualche brivido di troppo. Mentre sembra più che vivace sul versante offensivo. Ma è a poco più di dieci minuti dal termine che sembra arrivare la svolta decisiva. Ünder - sempre lui - innesta il turbo e costringe il già ammonito Radu al fallo da giallo. Espulsione sacrosanta e Roma che parte all'arrembaggio. Tardivo, ma sacrosanto.
Eppure sono gli avversari ad avere un'occasionissima con Marusic, fermato dal neo-entrato El Shaarawy in uno straordinario ripiegamento difensivo. Poi però è solo Roma. Come Storia comanda. Prima il Faraone su cross di Florenzi, poi i trentotto secondi di Edin appena scoccato il novantesimo. Prima su cross del solito Cengiz, il bosniaco costringe Strakosha al miracolo. Poi, in rapida successione, stampa un'altra incornata sulla traversa. Infine, prova a far male con un bolide di destro dal limite che si spegne al lato di pochissimo. La voglia di vincere del campione per poco non ci manda in paradiso.
Ma in fondo per quello sono altre le latitudini verso le quali guardare. E ai dirimpettai si può lasciare anche un'esultanza per un pareggio che li condanna.