Le istituzioni insistono, il popolo desiste, il calcio non esiste. Riassunto per sommissimi capi delle ultime puntate di una telenovela sulla ripresa del campionato che rischia di non piacere a nessuno. Sicuramente non agli ultras, che hanno espresso a chiare lettere la propria opinione sul ritorno in campo. Nelle ultime ore, in sette diversi angoli della Capitale, sono apparsi altrettanti striscioni di vari gruppi della Sud che non lasciano spazio a interpretazioni: questo finale di torneo non s'ha da fare, il senso complessivo dei messaggi, tutti sulla stessa linea. Che poi è quella della maggior parte delle tifoserie organizzate d'Italia, dalla Serie A alle categorie dilettantistiche.

Due le motivazioni emerse dagli slogan alla base della protesta: l'esigenza di rispettare le vittime della pandemia e i loro cari; e la necessità di giocare soltanto alla presenza del pubblico, evitando quello "spettacolo" francamente desolante degli stadi deserti, a cui si è assistito in occasione dell'ultimo turno disputato a inizio marzo, con la diffusione del Coronavirus già ben oltre i livelli di guardia. «Italia in emergenza sanitaria e sociale... Questo campionato si deve firmare», si legge sullo striscione del Gruppo Roma. Sulla stessa lunghezza d'onda quelli rispettivamente firmati R.V. e Casal Bertone: «Prima il rispetto e la dignità... Per noi il campionato finisce qua»; e «Con la nazione in questo "stato" siamo contrari alla ripresa del campionato». Canovaccio ripreso dalla Brigata De Falchi, che aggiunge un ulteriore elemento, quello economico che sembra sempre soppiantare ogni emozione, perfino quelle derivanti dai lutti: «C'è chi muore, chi soffre... E chi lucra. Stop al campionato!». Lungo il messaggio di uno dei gruppi storici della Curva, i Boys: «Non siamo complici dei vostri interessi, un calcio al pallone non cancella i decessi. Questa è la nostra mentalità... Il gioco finisce qua!». C'è anche chi si spinge nel dettaglio, come è possibile leggere sullo striscione di Offensiva Ultras: «Il concetto è chiaro: per voi conta meno la salute del denaro! Finché l'emergenza non è finita nessuna partita! Società e calciatori, donate soldi e tamponi a famiglie e dottori!».

Sette striscioni di altrettanti gruppi, sette messaggi a distanza che acuiscono ulteriormente le distanze fra governo e popolo del calcio. Ai quali si è poi aggiunto un comunicato dei Lupi, dall'emblematico titolo "Estranei a questo calcio". «Con un Paese in lutto - recita la nota pubblicata dal gruppo posizionato nello spicchio laterale della Curva - attività commerciali in difficoltà, famiglie in piena crisi economica e privazioni di libertà causate dall'emergenza nazionale, viene messo in primo piano "il calcio dei bilanci". Noi non faremo mai parte di un calcio a porte chiuse [...]. Fateci tornare alla normalità, poi si vedrà».

Non è la prima volta che lo spirito della Sud è contraddistinto da prese di posizione forti, anche scomode. Moderna riedizione di Pasquino, quantomeno nello spirito di avversione manifestato pubblicamente nei confronti dei rappresentanti del potere. Il cuore del tifo romanista già nel recente passato si è schierato contro il cosiddetto calcio moderno e le sue degenerazioni. Anche oltrepassando la mera logica di risultati e tornaconti di parte. Basti ricordare la clamorosa protesta contro l'innalzamento delle barriere divisorie all'interno del settore. In quell'occasione i tifosi della Sud, pur essendosi già assicurati il diritto ad assistere alle gare casalinghe (tutti o quasi abbonati) rinunciarono alla presenza all'Olimpico fino alla completa rimozione di quell'assurdo confine di plexiglass. Diciannove mesi di lontananza, proprio mentre la Roma lottava per lo scudetto. Esempio di una linea che trascende l'utilitarismo e afferma i propri principi e valori. Da ultras.