Per uscire dal Camp Nou magari non indenni, ma con più solide possibilità di passaggio del turno rispetto a un risultato che obiettivamente riduce al minimo aritmetico queste chances, la Roma avrebbe dovuto poter contare sull'aiuto della sorte in alcuni episodi chiave, prima della partita e durante, ma anche su un più alto tasso di attenzione nei momenti chiave dell'incontro.

Prima, per i malanni che hanno oggettivamente limitato le alternative a Di Francesco, togliendogli due uomini (Ünder e Nainggolan) che sarebbero stati fondamentali per respingere e magari spaventare nelle ripartenze i rivali spagnoli e anche per averlo costretto a puntare su uomini dal profilo dinamico limitato che hanno sicuramente dato tutto quello che avevano, garantendo però un prodotto non sufficiente a garantire lo standard richiesto da questi livelli di confronto. C'è un evidente deficit dinamico nel centrocampo romanista e se Monchi vuol migliorare questa squadra per le prospettive di vertice nazionale e europeo è soprattutto lì che deve guardare.

In campo, invece, troppi episodi interpretati malamente (non solo dall'arbitro) hanno deciso le dimensioni del risultato. Eppure la Roma avrebbe potuto fare qualcosa di più anche al netto degli errori commessi e della fatalità che ha accompagnato un paio di palloni maligni alle spalle di Alisson (ma se non ci avessero pensato De Rossi e Manolas avrebbero segnato Messi e Umtiti). Ci riferiamo all'atteggiamento incerto che la squadra ha tenuto soprattutto quando ha alzato le pressioni lasciando troppi spazi alle spalle. Quando Di Francesco rivedrà la partita saprà sicuramente individuare gli errori che hanno consentito al Barcellona di prendere il largo proprio quando la Roma sembrava sul punto di rientrare in partita: Pellegrini su Rakitic nel secondo gol, ad esempio, o i cinque giocatori risucchiati dalla palla nell'azione del terzo. La qualità del palleggio blaugrana resta altissima. Se li si aiuta, si rende loro il compito troppo facile.