Cresciuto «guardando i video di Messi», ma non sarà della partita a Barcellona, Cengiz Ünder. L'attaccante turco della Roma è fermo ai box per un affaticamento muscolare da valutare nei prossimi giorni, che ha seguito la distorsione al ginocchio sinistro riportata in nazionale durante la sosta del campionato. Suo malgrado, dopo essersi "preso" una maglia da titolare a suon di prestazioni da due me+si a questa parte, dovrà saltare un'altra partita (dopo quella di Bologna, dove la sua mancanza si è sentita). Salterà la partita più intrigante per un calciatore, quella contro la squadra più forte del mondo, che l'urna dell'Uefa ha messo contro la sua Roma.

Ha contribuito attivamente, Ünder, al raggiungimento dell'obiettivo europeo: arrivare ai quarti di finale di Champions League, per la Roma, non è roba di tutti i giorni. Sempre più sua, la squadra, da quando si è sbloccato con quel gol a Verona, da quando ha convinto Eusebio Di Francesco ad affidargli la fascia destra in attacco. La prima o la seconda maglia, fate voi, è la sua, dal 4 febbraio scorso, che ancora se lo sogna: «Sto ancora sognando da quando ho realizzato quel gol - ha detto al mensile turco Spor Arena Plus - sono l'uomo più felice del mondo. Sapevo anche tutto quello che sarebbe successo dopo. Non dimentico il gol in Champions League allo Shakhtar».

Una vera e propria consacrazione. Prima il gol in Europa, poi quello a Napoli hanno dimostrato che non era un caso: i primi tre gol arrivati con le ultime della classe in Serie A erano solo l'antipasto della personalità di "Gengo", come lo chiamano dalle parti del Fulvio Bernardini, a Trigoria. Dove è arrivato in estate costringendo il 99% della gente romanista a cercarlo sulla Playstation prima che su Youtube: «Avevo ricevuto un'offerta dal Manchester City, ma non ero d'accordo. C'era il progetto della Roma e l'atteggiamento del club e dell'allenatore è stato importante per me. Poi, con la vendita di Salah, la squadra è diventata più adatta alle mie caratteristiche. Se fossi stato un giocatore di Fenerbahçe, Galatasaray o Besiktas non mi sarei trasferito. Giocare nel Basaksehir è stata una fortuna, mi ha formato. E Monchi dice che posso diventare importante per il futuro di questa squadra. Il ds ha sempre avuto molta fiducia in me. Lo sento, lo avverto. Lui dice che posso diventare un calciatore importante per il futuro della Roma. Per quanto riguarda Di Francesco è un ottimo allenatore, che da tanta importanza alla disciplina e al lavoro tattico. Dà a tutti i giocatori una possibilità, si fida di loro e li ruota di continuo. Vuole sempre il massimo in allenamento e abbiamo un buon rapporto».

Un periodo di ambientamento di sei mesi, definito «normale per un ragazzo così giovane» e per un «cambio così radicale» dal suo procuratore Omer Uzun al Romanista. «Il problema più grande è stata la lingua, adesso le cose vanno meglio e sono più socievole», ha detto il turco a Spor Arena Plus.

Ora tutto è diverso, anche la città - che ancora non conosce benissimo, visto che fa una vita molto riservata e ritirata - sembra diversa: «Non ho visitato molto Roma per via del traffico e degli allenamenti, ma mi piace molto piazza di Spagna».

Riservato, ma adesso molto più socievole, anche con i compagni di squadra: «Dzeko è un grande goleador, parliamo spesso prima delle partite e mi dice cosa fare quando arriva la palla. Così posso immaginare cosa succederà e la nostra intesa migliora». Un capitolo a parte merita invece il simbolo del club, che ha conosciuto nei primi giorni romani, appena arrivato a Trigoria: «Per quanto riguarda Francesco, un giorno sono uscito dalla doccia, dopo un allenamento, e Monchi mi ha detto che dovevo incontrare una persona. Sono andato ed era Totti, ero molto emozionato. Mi sento però sfortunato a non aver giocato con lui».

Sui modelli calcistici il "Gran turco" è tornato a parlare della Pulce: «Rispetto Cristiano Ronaldo, ma Messi è il migliore al mondo. Poi, mi piace molto David Silva».

Infine, ha schierato la sua formazione ideale: «Alisson in porta, difesa con Dani Alves, Ramos, Thiago Silva e Marcelo, poi Modric, Silva, De Bruyne, Salah, Messi e Ronaldo». Con il sogno, ancora una volta, che sta diventando più di una speranza, di poter parlare un giorno magari non molto lontano la stessa lingua di quegli undici là.