«Ero ragazzino, anche io certe cose non le ricordavo. Poi ho visto quella foto e mi sono detto che sono romanista da sempre, non dal 2015». Comincia così, con un'immagine di un giovanissimo Edin con al collo una sciarpa della Roma, la monografia di Dzeko realizzata da Roma Studio, in onda su Sky in questi giorni nella rubrica "AS Roma story", sui grandi personaggi della storia giallorossa. Già, perché Edin Dzeko, gigante e diamante di Sarajevo, nella storia del club ci è entrato a suon di gol e non poteva saperlo quando, vent'anni prima, poco più che un bambino venne in Italia, per un torneo a Ferrara con lo Zeljeznicar (la squadra della sua città con cui ha iniziato ad allenarsi su campi distrutti), e qualche amico gli mise una sciarpa giallorossa intorno al collo e gli consegnò una bandiera con la lupa capitolina). Era destino.

Dzeko da giovanissimo con la bandiera giallorossa

Una favola a lieto fine, quella di Edin, scampato alle bombe della guerra nell'ex Jugoslavia negli Anni 90, quando abitava in 35 metri quadrati con 15 persone, che ha iniziato a giocare a pallone seguendo le partite di suo padre, ed è diventato il «simbolo positivo del suo popolo» (come lo definisce il giornalista e amico Jasmin Ligata) e il capitano della sua nazionale, la Bosnia. Una favola raccontata dalle persone a lui più care: la sorella Merima, che si preoccupava per suo fratello più piccolo quando lasciò la sua casa per andare inseguire il sogno di una «carriera da predestinato» in Repubblica Ceca, la moglie Amra, con la loro relazione a distanza fino all'arrivo in Italia, dove si è allargata la famiglia, alcuni dei suoi amici d'infanzia e i suoi primi allenatori, Sehovic e Osim, i primi a credere in lui quando ancora era «magro così». Numerosi sono stati i contributi, dall'ex compagno Zaccardo, con cui ai tempi del Wolfsburg (dove ha dichiarato di essere diventato «un giocatore di un livello superiore») ha conquistato a sorpresa una Bundesliga «meritatissima», sotto i pesanti allenamenti di Magath, al ct azzurro Mancini, che lo ha esaltato al City, «anche se rompeva le scatole perché ogni tanto doveva andare in panchina, ma è stato decisivo (per la vittoria del titolo dopo 50 anni, ndr) in una grandissima squadra». Dove indossava un numero molto importante, il 10: «Nei primi sei mesi non è stato facile - ha spiegato il bosniaco - perché c'era tanta concorrenza, però ho fatto 4 gol al Tottenham nel 5-1 finale. La partita successiva poi sono rimasto in panchina per 90'… Ho chiesto al mister perché non avessi giocato, lui mi ha risposto che dovevo riposare. Aguero comunque fece tripletta al Wigan, io però non ero contento». Poi arrivò lo scudetto nel 2012 con una partita rocambolesca con il Qpr, vinta nel recupero, anche grazie a un suo gol. E fu l'idillio.

La Roma

La scelta di firmare con la Roma è arrivata grazie alla tenacia di Walter Sabatini, allora direttore sportivo: «Venne a trovarmi in Croazia e mi disse che senza di me non sarebbe tornato a Roma. Non è stato uno che è venuto e ha lasciato in sospeso le cose, lui è stato diretto, ogni minuto si accendeva una sigaretta». Il resto è storia, come quella del suo arrivo a Fiumicino: «Una cosa incredibile, pensavo si vedesse solo in televisione, avevo sentito che i tifosi giallorossi erano calorosi ma non mi aspettavo un'accoglienza del genere». Il debutto in amichevole con il Siviglia, i due gol e l'inizio «promettente, guardando poi la partita contro la Juventus in casa». Poi qualche intoppo, per un periodo negativo: Le critiche? Quando segni sei il numero uno, quando non lo fai devi essere ceduto. Sappiamo come funziona, in tanti parlano. L'importante è ciò che vuoi ascoltare». E il rapporto con Spalletti, che «diceva a tutti che si doveva dare di più, quel gioco per me fu importante, altrimenti non avrei mai fatto 39 gol». E l'exploit di Champions League: «Un cammino straordinario, che nessuno si aspettava».

Il girone di ferro, quel gol al Chelsea («Probabilmente è il più bello della mia carriera») e quello al Camp Nou («Quando abbiamo preso il quarto gol ero molto dispiaciuto, sul 3-1 ero più fiducioso»). Di Francesco preparò molto bene il match di ritorno ed è stato merito suo se poi abbiamo passato il turno. Tutti dicono che sono stati eliminati per demerito loro, la verità è che abbiamo giocato bene noi per tutta la partita. Penso che quella partita sia stata clamorosa. Il Liverpool? Non voglio ricordare quella gara, l'abbiamo buttata, rimane lì nella mia testa».

Sul rapporto con Fonseca: «Gli dissi subito che con me non avrebbe mai avuto problemi, non ne ho mai avuti con i miei tecnici. Iniziai la preparazione e poi sono rimasto a Roma. Fonseca parlava spesso con me e mi diceva di rimanere, mi diceva di essere felice quando mi allenavo». Come nello spogliatoio della Roma, dove i giocatori sono «tutti amici: anche da altre parti ti fai degli amici però qui a Roma siamo sempre tutti insieme, siamo un gruppo importante e siamo tutti molti uniti».