Da quarant'anni lavora per regalarci i concerti dei nostri sogni: ha portato – e continua a portare – in Italia i grandi nomi del rock and roll, da Bruce Springsteen ai Guns N' Roses. Claudio Trotta, promoter e fondatore della Barley Arts, si batte da dieci anni contro il secondary ticketing, che definisce "una piaga devastante". E ci tiene a specificare che al riguardo "non c'è alcun vuoto normativo".

In che senso?
«Questa del vuoto normativo è una bugia che viene raccontata in tutto il mondo da chi in sostanza alimenta il fenomeno, e cioè le multinazionali proprietarie della maggior parte dei siti dove si fa secondary ticketing».

In cosa consiste questo fenomeno?
«Innanzitutto è internazionale, non solo italiano, ed è creato da società americane o residenti in paradisi fiscali. Probabilmente - e sottolineo probabilmente perché non è stato dimostrato, dato che ci sono dei processi in corso – è alimentato dalle società che sono titolari dei diritti dei biglietti. In altri termini, è probabile che gli organizzatori stessi siano quelli che alimentano questo fenomeno».

Ci sono indagini in corso...
«Molte, e in tutto il mondo. Sono in corso processi e interrogazioni parlamentari in Canada, Stati Uniti, Francia, Inghilterra. E in Italia, dove a breve inizieranno dei processi nei confronti di tre società accusate di aggiotaggio e truffa informatica. L'affermazione per cui esiste un vuoto normativo è una mezza verità, nel senso che il fenomeno del bagarinaggio è un reato ovunque. Anche in Italia, se si dimostra una vera e propria evasione dell'Irpef e quant'altro oltre i limiti imposti dalla legge. Sotto certe soglie non è penale, ma comunque civile».

Dove nasce il problema del secondary ticketing?
«A monte, ed è anche culturale, legato a una filosofia del profitto esasperata e folle che porta ad alimentare il concetto dell'eventismo a tutti i costi. È evidente che Barcellona-Roma è una partita importante, però ci sono fenomeni importanti di secondary ticketing anche in tante altre attività che magari non hanno la stessa rilevanza. Il fenomeno è grave e antieconomico: è una speculazione pura, anche eticamente insopportabile».

Esistono leggi in grado di contrastare il secondary ticketing?
«Certo, anche perché il biglietto per un qualsiasi spettacolo è un contratto tra chi si esibisce, l'organizzatore e chi desidera assistere all'evento: come tale non può essere rivenduto. Punto e basta. La verità è che non è la fine del mondo non assistere ad uno show. Questa filosofia per cui è una tragedia se non si riesce ad andare a vedere una partita o un concerto è da abbattere culturalmente. Fino a quando si continuerà ad alimentarla, non si metterà mai fine alle volontà speculative».

Lei si batte da dieci anni per sensibilizzare l'opinione pubblica su questo tema...
«Sì, in Italia ho cominciato in maniera pesante nel 2016 con una denuncia alla Procura della Repubblica, l'organizzazione del primo convegno al mondo sul secondary ticketing e una serie di attività mediatiche. Ritengo che sia una piaga devastante, perché è insensato spendere 500 o 1.000 euro per assistere ad un evento nel nostro Paese, in cui secondo le ultime statistiche lo stipendio medio si aggira intorno ai 1.600 euro».