A crederci a un certo punto erano rimasti in pochi. In parte Spalletti, o almeno lo sperava: «Il prossimo sarà il suo anno». Poi sicuramente lui, il diretto interessato: «Vi stupirò», disse il 30 maggio al Corriere dello Sport. Ma quello che aveva maggiormente consapevolezza del clamoroso abbaglio in cui erano caduti molti tifosi della Roma a giudicare una pippa Edin Dzeko è senza dubbio Mehmed Bazdarevic, vecchia gloria e commissario tecnico della nazionale bosniaca: «Edin ha grandi qualità, la sua popolarità lo rende diverso rispetto ad altri. Se guardiamo le statistiche possiamo dire che non ha soddisfatto le aspettative della Roma, però ha fatto nove gol e alla fine della stagione ne farà sicuramente qualcun altro, quindi toccando almeno quota 10 avrà fatto bene per la sua prima stagione italiana. Una cosa è certa: avrà sempre il supporto mio e della Bosnia e le sue qualità lo aiuteranno a diventare il miglior attaccante del campionato italiano. Dategli tempo e vedrete...». Gli risero in faccia, si diedero di gomito, lo guardarono con compassione. In quelle pieghe d'espressività tzigana non si scorgeva il lampo dell'eretico geniale. «Eppur si muove». Macché, questo non si muove proprio.

Era di maggio, e la Roma, inteso come universo/mondo, s'interrogava sui massimi sistemi: come si toglie l'immondizia dalle strade? Chi rattoppa le buche? Chi risolve il problema del traffico? Chi si riprende Dzeko? E, soprattutto: chicompramostaltranno? In campionato, lo score del bomber strappato al(la panchina del) Manchester City era desolante: 8 reti realizzate in 31 presenze e 1951 minuti giocati, robetta da un gol ogni 244 minuti. Ma era il come ad atterrire: il suo mancato gol al Palermo era entrato nella galleria delle varie top ten, five, three, one horror di tutte le tv e tutti i siti d'Italia. A rivederlo oggi fa sorridere, quanto marmorizzava ieri: perché Nainggolan pennella una palla in area che il marcatore di Dzeko, lo sloveno Struna, respinge lateralmente, proprio sui piedi di Maicon che vedendo ormai Edin libero rimanda il pallone in orizzontale giusto sul piatto sinistro del compagno. Ma lì si compie il misfatto, perché il gol è praticamente fatto e il piatto si apre con troppa pigrizia, l'angolo di impatto non basta a fargli prendere la traiettoria più logica e il pallone torna quasi da dov'era venuto e si infila tra il palo e il piede di Struna ormai rassegnato: «Non è possibile, dimmi che non è vero», urla Carletto Zampa in telecronaca mentre il cielo dell'Olimpico viene rischiarato dallo spessore degli smadonnamenti. Era il 20 febbraio 2016, il giorno del rientro di Strootman. Dzeko segnerà due gol dopo quello sgorbio, ma la cicatrice s'inspessì. La ferita era aperta da settimane ormai. Già a gennaio la sua era una presenza costante nelle vetrine delle rubriche ironiche del campionato. L'11 gennaio la rubrica Fantagazzetta aveva eletto tra i Calciobidoni del 2015 Dzeko e Iturbe. Il 18 Repubblica sancì definitiva: «Dzeko ormai è un caso». Eurosport si lanciò addirittura in un'inchiesta giornalistico/finanziaria: «Ogni gol di Dzeko è costato alla Roma 900.000 euro», manco li pagassero loro. Marzo non fu più tenero con lui, che da parte sua non faceva nulla per far invertire la tendenza. La pagina di Calciatoribrutti, un sito di gran voga tra gli appassionati più social e più giovani si lanciò in una asseritamente divertente classifica: le 13 cose che funzionerebbero meglio di Dzeko in area di rigore. Si andava dalla gamba di Tre uomini e una gamba a una busta della spesa («ma anche una busta di piscio», ah ah che ridere), dal collo di Maurizio Costanzo al nervo sciatico di Nelson Dida, e via ironizzando. Omettiamo il nome del brillante autore.

Presero a girare alcuni méme divertenti, altri decisamente meno: in uno Dzeko si toglieva la maschera, e sotto era Mario Gomez, che aveva segnato prima di arrivare alla Fiorentina e riprese a farlo dopo essere andato via, ma lì proprio no. Altri, meno fortunati, ritraevano Edin Cieco mentre vagava per il campo con un bastone in mano e un cane d'accompagnamento. Si raccontavano annate horror, si riempivano compilation d'errori, si alzavano voci tonitruanti in ogni radio privata, con la corsa a chi la sparava più grossa sui motivi del declino ormai irreversibile di un ex campione. Qualche sito di gossip indicava persino la causa: «È colpa sua se Dzeko ha smesso di giocare», e giù foto della sua splendida compagna, che poi gli darà due figli, Una e Dani, e soprattutto con la penuria di reti c'entrava come quei siti col giornalismo. Spalletti, mai troppo sereno nei confronti dell'ambiente in cui lavora, confondeva i rapporti di causa ed effetto dando a questi attacchi la colpa dell'aridità del suo centravanti. Soprattutto da quando qualche giornale cavalcò la presunta concorrenza con Totti. I giochi di parole si sprecavano: «Roma in un vicolo Dzeko», il più gettonato. Ci si scatenava a trovare gli omologhi più disgraziati in una sfortunata famiglia da «Dzeko e i suoi fratelli»: finì accanto a Luiz Adriano e Mario Gomez, a Pancev e a Pandev, a Rush e a Rivaldo, a Kluivert e a Stoichkov, a Fabio Junior e a Renato, per restare ai misteri buffi di Trigoria. Lo battezzò anche Pruzzo: «Se non segna è inutile. Non gioca per la squadra, non tiene un pallone». Ogni partita un'ultima spiaggia, un golletto allungava l'agonia, l'ironia divenne spietata. Dzeko sembrava sul punto di arrendersi.

Poi venne Pinzolo e a quel gran talentuoso di allenatore con in testa zero capelli ma tante idee di Spalletti balenò l'idea di puntare sul suo rilancio, e ci si dedicò, con parole stimolanti e allenamenti personalizzati: «Deve essere più curioso e andar a vedere che c'è dietro la linea difensiva degli avversari. C'è un mondo bellissimo». Che il bosniaco cominciò a frequentare. Si giovò della preparazione anticipata e segnò a raffica: 29 gol in campionato, 8 in Europa League e 2 in Coppa Italia. In serie A significava un gol ogni 105 minuti giocati, meno della metà del tempo dell'anno precedente. Paradossalmente si abbassò la percentuale di tiri nello specchio perché in assoluto furono 81 (contro 34, quasi tre volte di più). La percentuale realizzativa salì da 11,94 a 18,13. Insomma, aumentò mostruosamente il carico di palloni invitanti da rifinire e Edin stavolta non si fece trovare impreparato. Successe sempre in pratica quel che è accaduto a Benevento: continuò a sbagliare molti gol facili, ma ne segnò di meravigliosi. Numeri insuperabili, si pensava. Per ora Dzeko è riuscito persino a migliorarli: 5 gol in 360 minuti giocati, uno ogni 72, 13 tiri nello specchio (3,25 a partita), percentuale realizzativa salita a 21,74. Numeri mostruosi. Ma solo Bazdarevic lo aveva capito.