La sveglia suona alle cinque e mezza. Con la casa buia ed il letto pieno d'amore: c'è dentro Federica. Che Lorenzo guarda ancora con gli stessi occhi di quando, da ragazzino, se l'era vista passare per la prima volta davanti. Era estate, vacanza: lui aveva un improbabile taglio di capelli, lei la smania d'apparire più grande tradita, però, da un viso da ragazzina. Sbaaaaam, un colpo al cuore. E quell'afosa serata, così lontana, di un agosto di una vita fa a Tor San Lorenzo non è mai finita.

Tanto che adesso, dentro quel letto al terzo piano di una palazzina sulla Prenestina, c'è anche Serena. Una bambina di cinque anni che ogni giorno, tutti i giorni, Lorenzo si bacia cento, duecento, trecento volte come fosse la prima, come fosse l'ultima. Sempre con lo stesso sentimento. Serena ha dormito a letto con loro questa notte. Gliel'ha concesso proprio lui perché questi giorni la sta vedendo poco. Troppo poco. E le manca come l'aria. Gli mancano i giochi che fanno insieme sdraiati per terra, i disegni fatti e colorati gomito a gomito, le prime lettere che lui le sta insegnando. E che lei impara. Le favole da inventarsi e quel momento, tutto loro, in cui lei si siede sulle sue ginocchia mentre lui le asciuga i capelli dopo il bagnetto.

E allora, come fosse una calamita, Lorenzo ieri sera non se l'è sentita di riportarla nel suo lettino e l'ha lasciata lì, con loro. Pure se lo sapeva bene che non li avrebbe fatti dormire perché, ogni volta che capita, Serena scalcia come un cavallo e spedisce il piumone ai piedi del letto. Tanto che questa mattina, spegnendo la sveglia un istante prima che suonasse, Lorenzo s'è svegliato infreddolito e con le ginocchia della piccola pigiate sui reni. Si è alzato. Ha ripreso il piumone da terra e ha coperto Serena e Federica. Che, quando lui l'ha baciata, ha aperto gli occhi e gli ha sussurrato: «Stai attento». Già, stai attento. Solo che Lorenzo non fa lo stuntman, lavora in un supermercato. Alla cassa. E allora a cosa mai dovrebbe fare attenzione?!

Se non fosse che ogni giorno, da quando è scoppiata l'emergenza legata a questo maledetto virus, suo marito, il papà di sua figlia, passa la giornata ad affrontare la paranoia per un nemico invisibile. Uno spauracchio che potrebbe nascondersi in ognuna delle cento persone che gli sfilano davanti ogni ora. Ma non ha alternative. Perché quei milletrecento euro al mese gli servono come il pane, sono il pane. Sono le bollette da pagare, il mutuo da estinguere, le scarpe nuove di Serena e la speranza, la prossima estate, di caricarsi la famiglia sulle spalle, prima ancora che in macchina, e portarla in vacanza. E allora Lorenzo non sente cazzi, va a lavoro.

Come un moderno gladiatore armato, però, solamente di un paio di guanti rotti sul pollice e di una mascherina di carta usa e getta che lui, altro amaro però, sta utilizzando da una settimana. Eppure è lì, sempre presente. Come fosse il protagonista di uno di quei film in cui l'equilibrio è il frutto di tante, troppe variabili. Eroe contemporaneo di una prima linea al fronte che non prende medaglie ma, al massimo, un cicchetto per una pausa trenta secondi più lunga di quella che avrebbe dovuto fare. Era al telefono con Federica. Che poi le ha passato Serena: «Papà, hai già trovato la mia sorpresa?», ha chiesto. Lui non ha capito. Ma le ha tirato un bacio. Prima di correre a riprendere la sua posizione. Lì ha messo il suo codice per sbloccare la cassa, ha chiesto al primo cliente di iniziare a mettere i prodotti sul nastro. E si è seduto. Accorgendosi, stavolta, d'aver qualcosa nel camice da lavoro. Serena, ieri sera, prima d'addormentarsi aveva fatto per lui, e glielo aveva infilato di nascosto nella tasca, un disegno: la Roma. Gli è mancata l'aria a Lorenzo. La maglia, lo stadio, gli amici, il gol di Manolas, la Curva Sud, De Rossi... e altre mille immagini sovrapposte, l'una dopo l'altra. In un istante. Già, la Roma!

E anche l'idea di sua figlia con le mani sporche di pennarello e l'anima pulita come solo una bambina innamorata del proprio papà può avere. Tanto che il primo cliente, avvicinandosi con la busta in mano e vedendo quel cassiere con le lacrime agli occhi, ha indugiato chiedendogli se andava tutto bene. Lorenzo, accartocciando quel foglio nel pugno, non per noncuranza ma per rimanerci aggrappato, ha accennato un sorriso e ha risposto: «Non sono mai stato meglio».