Guarda i muscoli del Capitano. Guardalo in una sera che non può mai essere come tutte le altre. Per noi, per gli altri, per tutti. Ma soprattutto per lui. Daniele è stato amico di Davide, prima ancora che compagno. Di Roma e di Nazionale. Guarda i suoi muscoli in tensione. Concentrati su quelli, come lui si è concentrato sulla partita. Ha provato l'impietosa e voyeuristica telecamera a scorgere l'espressione del volto durante quell'intensissimo minuto pre-partita. Ma per fortuna non sempre il calcio moderno riesce a esporre al mondo i sentimenti più intimi.

«Mister, io vorrei giocare» la richiesta all'allenatore, rivelata a gara conclusa dallo stesso Di Francesco. Desiderio più che implorazione. Voglia di mettersi ancora una volta lì nel mezzo. Dove sta da sempre e con ogni compagno. Tanto da rappresentare per ognuno l'imprescindibile punto di riferimento. Quello al quale aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Quello sul quale sai che si può contare in ogni caso. Da Capitano vero.

Anche contro il Torino è successo: in una serata singolare, dominata e forse anche straziata dai ricordi, la Roma per un tempo si è persa, come inghiottita dall'atmosfera malinconica. È lui, il più sofferente di tutti, a riprendere la squadra per mano nell'intervallo e ricondurla in campo per la riscossa. Troppo brutto quanto visto nella prima parte per essere vero. Troppo fresca la prestazione super di Napoli per essere dimenticata così, in un niente. Troppo romanista De Rossi per non accorgersi che anche il pubblico fosse in tribolazione. Un'altra serata casalinga improntata alla sofferenza però proprio non la meritavano quei tifosi.

Guarda ancora i muscoli del Capitano: si tendono e si flettono, come quando scivola per fermare le avanzate degli avversari. Da ultimo baluardo prima della difesa. O anche dopo. Non fa differenza. L'importante è salvare la Roma. Lo fa nel secondo tempo, insieme con gli altri ovviamente, perché davanti al bene comune non esistono personalismi. E quando Manolas segna è come sempre il primo ad abbracciarlo. Non come al solito: nessuna corsa sfrenata, soltanto uno sfogo. Una stretta che vuol dire liberazione. Dai cattivi pensieri, compresi quelli di campo, che a volte imprigionano questa squadra, la appesantiscono, non la fanno volare.

Gol e emozioni

Tocca proprio al numero 16 volare poco dopo, nel gesto tecnico che più gli appartiene (tanto da averlo tatuato sul polpaccio). Guardali di nuovo i muscoli del Capitano nella sua scivolata. Volante, appunto, che stavolta non serve a fermare un avversario ma a mandare la palla in rete. E a lanciare verso l'alto anche uno sguardo. Senza gesti eclatanti, soltanto con un pensiero e un brivido addosso. Lo stesso che prova chi guarda Daniele - non soltanto nei suoi muscoli - segnare sotto la Sud senza correre a ricevere l'abbraccio del suo popolo, senza alcuna vena che si gonfia. È un'esultanza pudica, che non rincorre telecamere né si arruffiana la gente. È un'esultanza da Capitano e uomo vero. Un'esultanza da romanista.

Fra i tanti, quel momento lo percepisce Kevin, che da tanti anni condivide lo spogliatoio con De Rossi e sa cosa vuol dire avere un compagno di quella statura morale. Proprio l'uomo dal grugno perenne, il duro per antonomasia, che però non è frigido manco per niente e forse è stata proprio la militanza romanista a regalargli il fuoco. È lui ad andargli accanto, a cogliere quell'emozione così privata, a sussurrargli: «Tutto bene?». Probabilmente è una domanda retorica, Strootman sa benissimo che non può andare tutto bene in una sera così, nonostante la partita ora sia indirizzata sui binari giusti. Ma Daniele apprezza, lo accarezza, se lo bacia.

Altro che senatori e sentori di gruppi allo sbando. Non è questione di vittorie e sconfitte, ma di carattere. Di più: di emozioni. E a quel punto contano poco numeri e statistiche e tutto il resto del pane quotidiano dei "malati di football", quali anche noi siamo. Conta poco sottolineare che con De Rossi in campo la Roma subisce pochi gol e pochissime sconfitte; che lui non c'era nel periodo più buio; e che la litania stanca, volgare e densa di falsità del «nongiocadamillantanni», si smentisce da sola ogni volta che Daniele guida la sua squadra. La nostra. E che anche quando sbaglia (perché lo fa eccome, come tutti gli esseri dotati di sangue nelle vene), non si nasconde mai. Soprattutto, non si nasconde quando la Roma ha bisogno di essere presa per mano dal suo condottiero. A Napoli, con il Toro, martedì prossimo con lo Shakhtar. Guardali i muscoli del Capitano: saranno sempre lì nel mezzo.