Lo ha detto Jurgen Klopp non più tardi di due giorni fa a chi gli chiedeva un parere sul Coronavirus: «Bisogna ascoltare chi ha le competenze e può dire alla gente cosa fare». Anche il mondo del calcio sta risentendo degli effetti dell'emergenza, ma più che fornire risposte deve porsi domande. E per le prime servono gli specialisti. Come il dottor Enrico Libianchi, primario del reparto di Fisiopatologia Respiratoria dell'Ospedale San Camillo di Roma, interpellato da Il Romanista.

Professore, soltanto qualche giorno fa il Paese sembrava in preda alla psicosi. Invece...
«Invece la questione va presa molto seriamente. I dati che ci arrivano lo confermano e si tratta di cifre ancora parziali, riferite a territori limitati. Negli Stati Uniti ad esempio il sistema sanitario non permette a tutti di permettersi i test».

La situazione attuale quanto influisce sullo sport?
«Influisce su tutto. Lo sport è uno dei tanti ambiti a rischio. Finora ci si è focalizzati soltanto sulla Serie A, ma tutti i campionati minori e i tornei giovanili si sono disputati senza alcuna misura preventiva».

La soluzione adottata dal calcio sarà quella degli impianti chiusi al pubblico. E gli atleti?
«Il rischio contagio riguarda anche loro ovviamente. Magari nel calcio saranno tutti falli da rigore. Ma la trasmissione resta più facile quando si resta seduti per due ore con il respiro di estranei avanti e alle spalle, che nel corso di una marcatura stretta ma estemporanea. Poi intervengono anche altri fattori».

Quali?
«Principalmente due: la genetica del soggetto e il sistema immunitario. L'incidenza è maggiore nelle categorie a rischio, anziani e bambini, rispetto agli atleti».

In genere le epidemie seguono tre fasi: diffusione, picco e decremento. Basta un mese di precauzioni?
«Secondo i dati che abbiamo, la regressione è prevista all'inizio dell'estate. Il punto è che proprio fra un mese si dovrebbe toccare l'apice, fra aprile e maggio».

Se il componente di una squadra fosse contagiato, tutto il gruppo andrebbe in quarantena?
«Verrebbero messi tutti sotto controllo, proprio come è successo per quei pazienti presenti nei due Pronto Soccorso dove ha sostato il vigile del fuoco infetto».

Per i canonici 14 giorni?
«Ecco, quelli canonici dovrebbero essere 21 in realtà. In pochi lo sanno, ma è il lasso di tempo fra i due test cui obbliga l'ambasciata cinese prima di partire».

La Fmsi ha stabilito un vademecum di 21 regole per gli atleti.
«E fuori dagli spogliatoi? Lo trovo paradossale in diversi punti, soprattutto per gli sport di contatto».

L'infezione colpisce le vie respiratorie: lo sforzo polmonare dei giocatori comporta rischi?
«I casi gravi sono quelli di chi è affetto da polmonite intersiziale. Per tutti gli altri c'è possibilità di guarire in tempi relativamente brevi. Gli sportivi professionisti, soggetti a ripetuti controlli medici, corrono oggettivamente rischi minori».

I focolai più diffusi al Nord tengono Roma al riparo?
«Senza creare eccessivi allarmismi, nessuno è al sicuro in questa fase. L'epidemia è partita dal Nord per inesperienza, sorpresa e soprattutto per contagio degli operatori sanitari. Nelle regioni del Centro-Sud non si è trattato di focolai autoctoni, ma di casi di "importazione". Al momento una diffusione su larga scala a Roma è meno probabile, ma bisogna fare attenzione».

È per questo che in Spagna hanno disposto porte chiuse per le partite di Inter e Atalanta, ma non per quella della Roma a Siviglia?
«Mi fa sorridere questa decisione. Forse non siamo molto simpatici all'estero. Sarebbe stato più corretto chiudere tutti gli stadi, compreso quello del Siviglia. Per uniformità e soprattutto per prevenzione. E poi mi sembra di aver capito che al ritorno l'Olimpico sarà chiuso. Che senso ha soltanto qui?»