Da ragazzino ero convinto che gli arbitri ce l'avessero con la Roma. La situazione non è cambiata durante l'adolescenza ma si sa, non è quello il periodo del grigio: bianco o nero. Mai bianconero però, in tutti i sensi. E così non c'era partita che non considerassi falsata dal fischietto di turno distratto nel non assegnarci plateali rigori ma, al contrario, creativo nel concederne agli avversari, altri inesistenti.

Poi sono cresciuto però eh… ho fatto esperienze e ho avuto la fortuna di girare il mondo. E lì, conoscendo tante persone e ritrovandomi di fronte a molte situazioni e circostanze inaspettate, ho capito che nella vita, prima ancora che nel calcio, spesso le cose non sono semplici come sembrano. Per questo, con tutt'altra maturità rispetto all'infanzia e agli anni del liceo, se oggi qualcuno dovesse chiedermi se gli arbitri ce l'hanno con la Roma, gli risponderei di sì. Cosa? Ho dato la stessa risposta di quando avevo otto o diciassette anni?!? Ma certo, non potrebbe essere altrimenti.

E allora il discorso iniziale?!? Era solo per darmi un tono, così come fanno tutti quelli che si millantano sportivi e oggettivi senza esserlo. Anzi, senza poterlo essere. Perché è insito nella parola stessa: tifoso, il contrario di neutrale. Eppure, accade: di solito i soggetti colpiti da questa sindrome, nove volte su dieci sostengono la squadra della Fiat o di Lotito, sono portati a giudicare ogni episodio arbitrale dall'alto della loro razionale imparzialità e, suscitando inevitabile ilarità in chi li ascolta, bollano come fazioso chiunque non la pensi come loro. E giù tutti a ridere. Io, almeno, sono sincero: non mento. E di essere fazioso ne sono pure felice. Con orgoglio. Perché ho la consapevolezza che il mio giudizio, su ogni episodio dubbio di qualsiasi partita della Roma, probabilmente sarebbe differente se i protagonisti della contesa invertissero le maglie. È questa, a mio giudizio, la presa di coscienza massima che si possa pretendere da un tifoso. Il resto sono chiacchiere da bar.

Poi, è chiaro, chiunque di noi sa bene che il mestiere dell'arbitro è complicato, parecchio complicato: ventidue attori protagonisti fingono, continuamente, di essere centrati da una palla di cannone pur di indurre il malcapitato a fischiare un calcio di rigore o a far ammonire il difensore avversario. Missione impossibile. Tanto che, una volta, durante uno squallidissimo torneo di calcetto tra amici pensai bene di provare ad arbitrare una partita: ho mollato dopo 4 minuti… Perché anche solo l'idea di rimanere concentrato per tutto quel tempo mi risulta quasi più difficile che seguire una intera puntata del Grande Fratello.

Ricapitoliamo allora: concentrazione, pantomime dei calciatori e velocità delle azioni. Sì, gli arbitri hanno mille giustificazioni. Ma noi siamo tifosi e non è nostro compito quello di farci mille domande. Sono professionisti, si dice così no? E per questo, allora, qualsiasi loro decisione ai danni della nostra squadra del cuore avrà sempre il sapore di una multa arrivata per un divieto di sosta mai effettuato. Che, viva Dio, è bello poter parlare di arbitri dopo aver vinto a Cagliari – da segnalare "solamente" le due ammonizioni comiche affibbiate a Under e Pau Lopez - perché altrimenti ogni parola sarebbe stata scambiata per la creazione di un "alibi". Già… Perché, c'avrete fatto caso, se fino a una decina di anni fa per ogni fischio contrario ai danni della Roma si innescava una protesta corale, da qualche tempo a questa parte invece, per alcuni non sia mai nominare l'arbitro perché altrimenti non si potrebbe più fare a pezzi la squadra e, a cascata, l'allenatore. E allora: «Sì, il rigore c'era e con quel gol avresti fatto tre punti… Ma la squadra forte avrebbe vinto ugualmente».

Ma quanto dà fastidio ‘sta frase?!?