Se il buongiorno si vede dal mattino, la buona Roma si intuisce dalle prime azioni. Così come la sua versione scellerata. A volte dal primo minuto. Che la sfida di Europa League di giovedì scorso dovesse scorrere all'insegna della sofferenza, è stato evidente in quei secondi iniziali con ben tre passaggi consecutivi sbagliati. Viceversa, quella contro il Lecce si è incanalata subito sul versante più opportuno. Non è tanto, o comunque non solo, questione di gol. Il centro di Perez contro il Gent è arrivato allo stesso minuto (oltre che dalla stessa posizione e con azione simile) di quello rifilato da Ünder ai salentini.

È la convinzione martellante a suggerire l'inerzia del match. E la piega presa ieri non è mai stata in discussione, neanche per un attimo. La squadra di Liverani non è il Barcellona o il Liverpool, certo, ma veniva da tre successi consecutivi, fra i quali quello (meritato) in casa del Napoli. Al contrario, la Roma era reduce dai fischi rimediati dopo un turno di Coppa giocato male e finito con una vittoria più casuale che convincente. Prima, tre ko di seguito in campionato, che oltre ai fisiologici strascichi da crisi hanno portato anche il retrogusto amaro di una stagione vicina all'archiviazione stra-anticipata. Nulla di più fuorviante. Nessuna squadra - tantomeno questa - può permettersi il lusso di abdicare con tredici giornate ancora davanti.

L'obiettivo va perseguito fino all'ultimo respiro, a maggior ragione se si ha (più di) qualcosa da farsi perdonare. L'eredità di quell'1-0 europeo non bellissimo (ma neanche così brutto, perché quando la Roma vince il brutto va sempre in soffitta) è tutto qua: nella fiducia ritrovata, in quella strada smarrita da fin troppe settimane e ora quantomeno individuata di nuovo. Il percorso è ancora lungo e passa necessariamente dal Belgio. Con qualche certezza in più rispetto a una settimana prima, che risponde anche ai nomi di Dzeko, Smalling e Mkhitaryan, non a caso protagonisti delpoker di ieri. Chi ha assi di questo livello non può, ma deve ambire a qualcosa di elevato. Che certo non può essere solo il ritorno alla vittoria, anche se netta. Quanto invece una crescita costante. Passo dopo passo. Senza mollare mai.