Romalecce con il tempo è diventato un aggettivo, un mood, un brand negativo. «E mica può essere Roma-Lecce...» si dice di quella partita in cui ti va tutto male. Roma-Lecce per noi è ancora quella del 1986. È l'assurdità fatta partita. È uno scudetto perso contro l'ultima in classifica già retrocessa. È il punto centrale di ogni teoria disfattista. È il "mai una gioia" che diventa sistema di vita. Basti pensare che è una partita che si è giocata 15 volte in casa della Roma e in una sola di queste 15 volte ha vinto il Lecce. Quale? Quella che contava di più, forse l'unica che contava veramente, in cui c'era in palio la vita o la morte, la differenza tra il bene e il male.

Un po' come quella di oggi, anzi forse questa (Stadio Olimpico, calcio d'inizio ore 18) vale di più... Perché il momento è delicatissimo e dopo la stentata ma preziosa vittoria di giovedì con il Gent e in attesa di volare in Belgio per prendersi il visto per gli ottavi, bisogna rimettersi in corsa anche in campionato sfruttando le occasioni che il calendario concede: Lecce oggi, poi in successione Cagliari fuori, Sampdoria in casa, Milan fuori, Udinese in casa e poi Napoli, quando si potrà fare un nuovo bilancio che però senza la vittoria di oggi non sarà mai positivo. Dunque, il vero bilancio è oggi: se la Roma vince cambia il mondo.

Il caso ha voluto contrapporre due squadre che vivono momenti opposti: mai stata tanto in salute quella di Liverani, mai tanto depressa quella di Fonseca. In questo campionato finora il Lecce ha vinto sei partite, tre delle quali sono proprio le tre precedenti a questa di oggi (calcio d'inizio ore 18). E la Roma invece sono 70 giorni che non vince una partita in casa: era il 15 dicembre, contro la Spal, 3-1 finale. Era dalla stagione 2014-2015, dai tempi della Roma di Garcia, che non si rimaneva a bocca asciutta per tanto tempo.

Allora la striscia fu addirittura di sei pareggi e una sconfitta, al momento invece siamo a quattro partite negative, con tre ko (Torino, Juventus e Bologna) e un pareggio nel derby. E tanto per aggiungere un altro dato poco lusinghiero, è anche esattamente un anno intero che un attaccante della Roma non realizza una doppietta sul campo: ci riuscì Dzeko il 23 febbraio del 2019, contro il Frosinone, poi più nulla. Come si può festeggiare la ricorrenza?

Eppure non si può ridurre questa partita ad un'occasione statistica. Fonseca sta provando a giocarsela di fino anche dal punto di vista psicologico. Sa benissimo che qualche giocatore per il rendimento mostrato meriterebbe la panchina, e allora si gioca la mozione degli affetti: dentro Pellegrini e Kolarov, accompagnati da parole suadenti, sperando nella loro risposta d'orgoglio, qualcun altro potrà aspettare.

Del resto il portoghese sin dall'inizio della sua avventura ha puntato molto sulla forza di persuasione nei confronti del gruppo. È un tipo di leader comprensivo, non divisivo. È l'allenatore che segui peché si fa amare, non per dimostrargli magari quanto si sbaglia a tenerti fuori. I giocatori hanno sempre assecondato le sue richieste tattiche, ma ora c'è bisogno di una scossa.

Potrebbe essere di natura tattica, eppure più volte Fonseca ha fatto sapere che preferisce lasciare ai ragazzi le certezze di un sistema di gioco ormai assimilato (sia pure nelle incongruenze che a volte saltano fuori). Magari arriverà il guizzo di uno dei calciatori più deludenti. In ogni caso è necessaria la vittoria. Mai come in questo periodo a Roma siamo schiavi del risultato. C'è stato un tempo in cui lo striscione che evocava il sentimento opposto ("Mai schiavi del risultato") veniva sventolato in Sud con l'orgoglio di chi poteva sbandierare la propria diversità. Era un atto di fede nei confronti di una nuova presidenza e di una politica che allora sembrava assecondare i gusti di tutti i tifosi. Era il 2012 e lo striscione fu mostrato in un Roma-Lecce. Una partita che torna spesso nella nostra storia.