Diciamocelo: Reggio Emilia è stata uno tsunami rispetto all'idea che ci stavamo facendo della Roma. Fino a una settimana fa, l'impressione diffusa era che le partite andate storte fossero figlie di piccoli dettagli sfortunati, di sottovalutazioni singole o di gruppo, di difformi interpretazioni arbitrali, di chiare manifestazioni di destino avverso. Col Sassuolo no. Col Sassuolo la Roma ha perso e ha perso male. Senza giustificazioni. Male l'allenatore, male i giocatori, male la società (con quell'intervento non gradito di Petrachi all'intervallo). Uno tsunami.

Oggi il tifoso, confuso, si approccia a questa nuova sfida - arriva il Bologna di Mihajlovic per l'anticipo della 23ª giornata di campionato, stadio Olimpico, ore 20,45 - con quell'amarezza che discende dalla disillusione, magari sempre col cuore gonfio di speranza, ma non più con l'anima spavalda di chi conta i punti di distacco con chi sta davanti: semmai col pensiero rivolto alla sfida di domani a Firenze dell'Atalanta, ormai dichiarato avversario nella corsa al quarto e ultimo posto utile per la Champions del prossimo anno, in vista dello scontro diretto del prossimo sabato.

Il Bologna, dunque: squadra viscerale, con tracce di romanismo che spuntano qua e là (dallo stesso allenatore, uno che stava nel casting di Petrachi questa estate e che nella Roma ha vissuto la parte meno luminosa della sua carriera da calciatore, al direttore Sabatini fino all'ad Fenucci, che hanno contribuito al varo della nave romanista nei primi anni americani, passando per il portiere Skorupski) e un presente fatto di calcio sofisticato, pressioni alte e sanguigna partecipazione. Di Mihajlovic s'è detto tutto, forse sin troppo, per via di una ribalta supplementare che non avrebbe mai voluto vivere e che però quanto meno lo ha reso popolare anche presso quelle tifoserie che non l'avevano in simpatia, come quella romanista.

Stasera in campo, salvo sorprese, non ci sarà, ed è un peccato perché avrebbe sicuramente apprezzato il riconoscimento che l'Olimpico, stavolta anche nella sua versione giallorossa, gli avrebbe tributato. A lui peraltro la Roma non ha mai fatto sconti: da allenatore ci ha giocato contro 18 volte: ne ha vinte appena 3, 4 i pareggi, 11 le sconfitte. Due anni fa si tolse però la soddisfazione di eliminarla dalla Coppa Italia alla guida del Torino. Ma poche settimane dopo l'allora ds granata Petrachi, che lo aveva fortemente voluto su quella panchina, dovette comunicargli l'esonero proprio dopo un derby perso. L'ultima volta che il Bologna, invece, ha preso tre punti qui risale al 2012, 3-2 dall'iniziale 2-0 per la Roma). Da allora, su altre cinque sfide, la squadra giallorossa ne ha vinte quattro e pareggiata una nel 2016 (1-1). All'andata risolse Dzeko al 94'.

Bisogna vincere, ama dire il tifoso prima di ogni partita. Per un motivo o per un altro sono quasi due mesi che non risuona «Grazie Roma» al termine di una gara casalinga: l'ultima volta è stato con la Spal lo scorso 15 dicembre e anche quella è stata una rimonta, 3-1 dopo il gol iniziale di Petagna, ultima di quattro vittorie consecutive tra le mura che si potevano a buon titolo definire "amiche". Oggi è un po' più azzardato considerarle tali, dopo le due sconfitte con le torinesi e il pareggio ingiusto con la Lazio. Cambieranno gli uomini, cambierà il giorno (è la terza volta quest'anno che si gioca di venerdì, la prima a Roma: le altre due a Milano, 0-0 con l'Inter, e a Firenze, 1-4 con la Fiorentina), cambierà pure un dettaglio cromatico: si giocherà con la maglia rossa e i pantaloncini bianchi, come già accaduto col Napoli (bella vittoria) e a Parma (brutta sconfitta). Ma sono dettagli buoni per gli scaramantici. A tutti gli altri interessa soprattutto l'anima. Quella vista così intensa nel derby e poi smarrita a Reggio Emilia. Dentro lo tsunami in cui si è persa la Roma. Speriamo di ritrovarla stasera.