Le vecchie generazioni c'hanno riempito la testa di luoghi comuni. Le loro paure hanno cercato di farle diventare nostre e, se possibile, hanno tentato di accollarci anche le loro mancanze provando a nasconderle, insieme alle insicurezze, sotto al nostro tappeto. Per questo hanno creato e c'hanno messo in testa frasi fatte e stucchevoli stereotipi attraverso modelli da seguire e inseguire che poi sono diventati pure slogan pubblicitari. E vi basterà ripensare a "L'uomo che non deve chiedere mai" per capire quanto, ognuno di noi, è stato circondato da alcuni falsi storici che oggi, grazie al cielo, non esistono più.
Tipo che l'uomo non deve piangere. Sarà che da quando è nata mia figlia, e ormai ha più di cinque anni, riesco a commuovermi per una così larga scala di episodi, baci e circostanze che mi sono dovuto per forza di cose cercare e trovare un alibi ma, scherzi a parte, sono realmente convinto che proprio un uomo di carattere è quello che non deve fare a meno, quando capita, di versare qualche lacrima. Di commozione, di dolore, di felicità.

Cosa? Ah, sì… che c'entra la Roma. Qualcuno se lo starà chiedendo ma, sono sicuro, non molti perché la maggioranza di voi avrà certamente già capito dove voglio andar a parare. A lui, Ruggiero Rizzitelli. Lui che, domenica sera, è uscito fuori dal boccaporto d'ingresso dello Stadio Olimpico come fosse ancora un calciatore… con la stessa grinta, la stessa voglia di mangiarsi il campo e gli avversari di quando, invece che una sahariana, indossava la maglia della Roma.

Ecco, se avete la volontà di ritornare indietro di qualche riga e ripensare al discorso sulle lacrime e sugli uomini che non hanno il timore di mettersi a nudo con i propri stati d'animo allora potrete capire, al meglio, quanto e come Ruggiero Rizzitelli l'altra sera sia stato spudoratamente sé stesso davanti a quel popolo che è tornato, ancora una volta, ad acclamarlo con la stessa passione con cui, ventisei anni prima, celebrava ogni sua giocata, ogni suo scivolata, ogni suo gol. Oh Rizzitelli, Rizzi, Rizzi, Rizzi, Rizzitelli gol! E così, senza seguire nessun canovaccio perché le cose belle accadono e basta, ha dato un calcio al protocollo e virtualmente - ma poi neanche troppo - è come se avesse scavalcato le vetrate e si fosse lanciato in mezzo a quei ragazzi, che scandivano il suo nome, per saltare e cantare con tutti loro, tutti noi.

Ha pianto, manco poco. Senza perdere un solo secondo per abbassare il viso per coprirsi, neanche un attimo. Senza mettersi al riparo dalle telecamere, nessuna remora. Lacrime piene di memoria, di sentimento, d'appartenenza, d'amore. Quello era il suo momento e lui ha cercato d'assaporarlo al massimo senza scendere a compromessi con il senso del pudore perché le emozioni, quando arrivano, è giusto farsele sbattere addosso per godersele appieno. Una lezione d'altri tempi. Una lezione impartita da un uomo semplice nell'accezione più bella di questa parola da cui tutti, in tempo di social, rifuggono per recitare un personaggio: macché. Lui si chiama Rizzitelli, si legge Ruggiero. Un uomo del popolo che al popolo aveva restituito il valore del sudore quando indossava gli scarpini. Un uomo del popolo che, adesso, da commentatore per Roma Tv abbatte le consuetudini con esclamazioni sincere, senza filtri e dettate, sempre, solamente da una genuina spontaneità capace di abbattere ogni volta la distanza tra lui che parla e un tifoso che ascolta.

È stato un bel momento, davvero. Per lui che tornando sotto quella Curva è stato investito da uno tsunami di emozioni e d'affetto; per noi tifosi che, acclamandolo, abbiamo avuto la possibilità di caricarci ancor di più per il derby e, me lo auguro, anche per tutti i giocatori della Roma di adesso a cui avrei voluto dire di guardarlo bene quell'uomo con le lacrime agli occhi. Perché tutto quello che oggi danno per scontato un giorno gli mancherà come l'aria. E allora grazie Rizzitelli. Anzi, grazie Ruggie'!