Ti aspetti Robert De Niro, trovi Daniele De Rossi. Curioso, ma questo è stato l'impatto, peraltro piacevolissimo, quando ci siamo presentati negli uffici della Leone Film Group, zona Eur, il Fungo a un passo, lontani i rumori della città, atmosfera easy e professionale, società che ha nel cinema il suo core business. Del resto, il fondatore è stato un signore che di nome fa Sergio, ovvero uno dei geni della nostra cinematografia, «C'era una volta in America», «Giù la testa», «Per un pugno di dollari», «C'era una volta il West», alcuni dei capolavori firmati dal regista romano che, con le colonne sonore di Ennio Moricone, ha regalato emozioni a intere generazioni. Ad accoglierci Andrea Leone, il figlio del genio, oggi presidente della società quotata in Borsa da qualche anno, la sorella Raffaella nel ruolo di amministratore delegato, un'altra sorella, Francesca, che ha trovato nella pittura la sua dimensione. Ma torniamo a De Niro e De Rossi. Entrando la prima cosa che abbiamo visto, è stato un quadro. Dove, incorniciata, c'è una bandiera con sopra scritto DDR, quella con cui migliaia di tifosi giallorossi salutarono Daniele De Rossi nel giorno della sua ultima volta con la maglia della Roma. È il primo motivo che ci ha portato a chiedere di fare una chiacchierata con questo signore con la faccia che è un inno al meraviglioso disincanto romano, con l'eleganza del casual e i modi di chi sa come funziona il mondo. Il secondo motivo è il frutto di una deduzione. Produce e distribuisce film di qualità, lavora molto con Hollywood, vuoi vedere che conosce anche la famiglia Friedkin che, questione di settimane, diventerà proprietaria della sua e nostra Roma? Deduzione esatta.

Partiamo dalla fine: conosci la famiglia Friedkin?
«Sì. E sto lavorando con loro».

Per la Roma?
«No, per il cinema. Ho appena comprato i diritti per la distribuzione del loro prossimo film, una pellicola importante, budget notevole, Scorsese alla regia, Di Caprio protagonista, il titolo è Killers Of The Flower Moon. I Friedkin quando si muovono, puntano al meglio, alla qualità».

Ryan Friedkin

Che idea hai di loro?
«Sono persone molto carine, serie, una famiglia prestigiosa. Conoscono il successo, spero lo confermino pure qui».

Quando sono venuti a Roma, li hai incontrati?
«Mio nipote si è incontrato con il figlio Ryan, sono amici da tempo».

Ryan Friedkin

Che tipo è il baby Friedkin?
«Una persona sana».

Cioè?
«Uno come si può immaginare il figlio trentenne di un bilionario americano?».

Come?
«Un po' sopra le righe, direi. Invece Ryan è un ragazzo umile, serio, professionale».

Quali altri rapporti avete con i Friedkin?
«Dan l'ho visto una volta, mia sorella Raffaella da qualche tempo gli manda mail chiedendogli quando arriverà a Roma».

E che gli risponde?
«Che arriva. Credo che ci siamo».

Da proprietario?
«Sì. Non è mai stata in piedi l'opzione per un ingresso di minoranza, non avrebbe avuto senso, loro hanno sempre voluto prendere tutta la Roma».

Al prezzo giusto?
«Forse pure troppo».

Perché vogliono comprarla?
«Non lo so con precisione. Però Dan è un appasionato d'arte e di cinema, la moglie di archeologia, in questo senso Roma è perfetta».

Pensi che i loro interessi a Roma si estenderanno anche a turismo e cinema?
«Può succedere. Non va dimenticato che i Friedkin hanno una quota importante nella catena alberghiera dei St Regis, in più hanno una catena anche per conto loro».

Se potessi dargli un consiglio, cosa gli diresti?
«Che, al contrario di Pallotta, facciano di tutto per capire bene cosa vuole dire essere romanisti».

Il romanismo, insomma.
«Sì. È un termine meraviglioso coniato da Daniele De Rossi, il Capitano che io non ho mai considerato futuro, ma presente. Giocatore e ragazzo straordinario».

Pensi che Ryan si stabilirà a Roma?
«Sarà molto presente, ma anche il papà non mancherà di farsi vedere a Trigoria. Sono abituati a fare le cose bene e con passione».

Che dovranno fare per entrare nel cuore dei tifosi?
«Dovranno capire il senso di appartenenza, non facciano come Penelope che faceva la tela di giorno e la disfaceva di notte, soprattutto scelgano la via della chiarezza, evitando di raccontare cose che poi non potranno avverarsi».

Si parla molto del patrimonio personale di Dan.
«È limitativo».

Addirittura.
«Si tenga presente che ha altri due fratelli, quindi il patrimonio personale deve essere moltiplicato per tre. In più loro compreranno la Roma con il Friedkin Group, penso di essermi spiegato».

Una bella notizia per i tifosi della Roma.
«Direi di sì. Del resto se lo meritano. Perché, come diceva Agostino Di Bartolomei, ci sono i tifosi di calcio e poi ci sono i tifosi della Roma».

La tua è proprio una passione.
«Di più. È una malattia e non voglio prendere nessuna medicina per curarmi».

È sempre stato così?
«Sempre. Vuoi un esempio?».

Certamente.
«Avevo dieci anni, stava arrivando Natale, papà mi chiese cosa volessi come regalo. Gli risposi che volevo mi portasse a San Siro a vedere la Roma».

Esaudito?
«Sì. Perdemmo uno a zero con un gol di Calloni, come ti sbagli, ma rimane un ricordo meraviglioso».

Un altro esempio?
«Prima elementare, la maestra ci aveva dato da scrivere un pensierino, qual è il giorno più bello della settimana? Scrissi che era la domenica perché giocava la Roma».

Anche papà era tifoso?
«Acquisito».

In che senso?
«La vera tifosa era mia mamma, tutta la sua famiglia era innamorata della Roma, soprattutto mio nonno. Mi raccontava che quando si perdeva una partita a casa non volava una mosca, quando si vinceva era una festa. Papà fu travolto felicemente da tutto questo».

La Roma a cui sei più legato?
«Quella del terzo posto negli anni settanta e quella degli anni ottanta. Meravigliosa, con un giocatore che ha cambiato la nostra storia».

Falcao, no?
«Sì, lui, il mio idolo, c'è stata una Roma prima di lui, un'altra dopo. Il film fatto su di lui da Roma tv non so quante volte l'ho visto».

L'hai conosciuto?
«Come no. Pensa che in quegli anni lui frequentava casa nostra. Figurati io che mi vedevo girare per casa il mio idolo, anzi il mio Dio».

Gli altri tuoi idoli?
«Di Bartolomei, Ancelotti, Totti, De Rossi».

Sei stato un tifoso da trasferta?
«Come no. Andavo con il Personal jet di Nilo Josa, mi ricordo nell'anno dello scudetto il viaggio a Milano, giocavamo contro l'Inter, finì in pareggio, mancavano poche giornate alla fine, quel punto ci tranquillizzò in chiave scudetto».

Sei abbonato?
«Lo sono sempre stato. Solo quest'anno non ho fatto l'abbonamento per una forma di protesta. Ma lo rifarò, sicuro. Del resto all'Olimpico ci vado comunque».

La tua partita?
«Roma-Colonia. Vale Falcao, c'è stata una Roma prima e poi una dopo, lì capimmo di essere diventati grandi. Fu la prima volta dello striscione "Non passa lo straniero", il boato di quel gol fu incredibile».

Il tuo allenatore?
«Nils Liedholm, inimitabile, irripetibile, meraviglioso».

Il tuo presidente?
«Ne dico due: Viola e Sensi, l'ingegnere era uno che stava avanti».

Esagero dicendo che la Roma fa parte della tua vita?
«Ma quale esagerazione. La Roma ha condizionato e continua a condizionare la mia vita. Sarà sempre così».

L'avversario che senti di più? Juventus o Lazio?
«Cos'è la Lazio?».

Addirittura.
«Vuoi sapere una cosa? Io ho due figlie, a entrambe ho già detto che non accetterò mai un genero laziale. Hanno capito e sono tifose della Roma come il papà».

Ti piace la squadra di quest'anno?
«Mi sta convincendo».

Che ne pensi di Fonseca?
«Mi piace. Ma voglio andarci cauto. Sono ancora scottato da Garcia che non ha mantenuto le promesse della prima stagione».

Ti dicono: hai la possibilità di trattenere per sempre qui un giocatore dell'attuale rosa?
«Pellegrini. Oltre che per le sue qualità, anche per continuare nella nostra tradizione di Capitani romani e romanisti. Siamo unici in questo senso».

Che regaleresti alla Roma?
«Un pizzico di fortuna. Faccio due esempi: Strootman e Castan fermati da gravi infortuni. L'olandese era il più forte centrocampista al mondo e gli è successo quello che gli è successo. Il brasiliano un ottimo difensore che faceva giocare bene i compagni ed è stato fermato da una sfortuna incredibile».

C'è un ricordo particolare della tua storia di tifoso a cui tieni in maniera particolare?
«Fine anni settanta, inizio degli ottanta. Ennio Moricone aveva una Range Rover enorme, all'epoca ne giravano poche. Ci caricava i suoi tre figli, poi passava a prendere la nostra famiglia e tutti insieme andavamo a vedere la Roma».

Qualche volta hai esagerato da tifoso?
«Non so se si possa definire un'esagerazione, ma ero a Torino quel cinque ottobre in cui ci arbitrò Rocchi. A fine partita, insieme a Valerio Mastandrea e a Pierfrancesco Favino, tornammo in albergo e scoprimmo che c'era la terna arbitrale. Gliene dicemmo di tutti i colori».

In questo mercato di gennaio cosa faresti per la Roma?
«Io credo che la partita con il Torino ci abbia confermato che serve qualcosa in attacco».

Chi prenderesti tra quelli possibili?
«Belotti. Non solo è forte, ma ha anche caratteristiche che possono piacere ai tifosi giallorossi».

Ci fai la tua Roma di tutti i tempi?
«Quella più forte o quella dei sentimenti?».

La più forte.
«Alisson in porta, Cafu e Rocca sulle fasce, Vierchowod e Samuel difensori centrali, a centrocampo Falcao, Di Bartolomei e Ancelotti, davanti Conti, Batistuta e Totti».

Un'ultima cosa: la prossima volta che ci incontreremo sarai nel Cda della Roma?
«Non lo so. So però una cosa per certo: io per la Roma farei, gratis, anche il giardiniere».

Pure noi.