Il numero 7 giallorosso Lorenzo Pellegrini, a pochi giorni dalla sfida di campionato contro la Juventus, ha rilasciato un'intervista a 'La Gazzetta dello Sport'. Qui un estratto delle sue parole:

La squadra e Fonseca

"Quest'anno abbiamo trovato un allenatore che, secondo me, è tra i cinque migliori al mondo non solo dal punto di vista tecnico, anche per il carattere, per la positività che porta nel collettivo. Lui e il suo staff si prendono cura della squadra da tutti i punti di vista e fanno capire che qui non si scherza. Un gruppo così qui non c'è mai stato. Siamo amici, compatti, ci aiutiamo l'uno con l'altro. So che ci si attendono vittorie, da noi. Sono convinto che, continuando così, potremo toglierci molte soddisfazioni"

I problemi fisici

Ebbi le conseguenze infettive di una mononucleosi che avevo contratto nello spogliatoio. Una malattia asintomatica che però produsse una serie di anomalie temporanee nel funzionamento del cuore. Degli scompensi, che il mio cuore compensava accelerando i battiti. Una persona normale può avere aritmie nella misura di quattro o cinquecento. Io ne avevo ventimila. Ogni piccolo sforzo mi produceva un affanno terribile. Decisero un piccolo stop: la diagnosi era di sei mesi. Ma io ero talmente entrato in sintonia col mio corpo che ogni sera mi mettevo la mano sul cuore e misuravo la frequenza dei battiti irregolari. Riconoscevo le aritmie e ne contavo la frequenza. Mettevo il cronometro sul cellulare e, con la mano sul petto, cercavo di capire se andasse meglio. Avevo fretta di guarire. Dopo quattro mesi mi accorsi che le aritmie, prima diminuite, erano sparite. Chiamai i miei genitori e facemmo un controllo. L'esito fu positivo. E fu meraviglioso. Rientrai in campo dopo poco, ma, alla prima partita, dovetti uscire per una frattura del quinto metatarso. Fermo altri venti giorni. Che mi sembrarono un'eternità, dopo i quattro mesi con la mano sul cuore"

L'istinto della giocata

"I miei compagni hanno imparato a conoscermi: quando io ho il pallone "vanno" tutti, nessuno viene più incontro alla palla. Sono anche schemi studiati in allenamento. Molti mi prendono in giro, ma per me fare un assist è come fare un gol. Ti arriva la palla, vedi uno spazio, una linea di passaggio e vai, secondo l'istinto. Sono frazioni di secondo. Istanti in cui devi decidere. E per me un vero campione è quello che prende le decisioni e che sa rischiare anche le giocate difficili. De Bruyne è così, non sbaglia mai una decisione. Se lui fora una giocata è perché è possibile"

Romano e romanista, nella Roma

"È una responsabilità importante. Ti senti in dovere di fare felice la tua gente. So quanto conta da come il calcio è vissuto dalla tua famiglia. Lo so da mio padre. Per fortuna per papà conto più io. Almeno un po' di più della Roma… Mi sento di dover trasmettere ai miei compagni cosa vuol dire stare qui. Nulla mia fa più male della superficialità o del menefreghismo. Per fortuna nella mia squadra questi atteggiamenti non esistono. Tutti sano quanto sia importante stare qui e mettercela tutta. Si può vincere o perdere, ma devi uscire dal campo senza rimpianti"

La prima all'Olimpico

"Fu in curva, con papà. La prima volta che andammo lui rimase sbalordito. Avrò avuto cinque anni, non di più. Mi ha raccontato che, diversamente dagli altri bambini, io mi misi seduto serio e composto e seguii tutta la partita senza dire mai una parola. Ero teso, concentrato. D'altra parte il calcio riempiva ogni momento della mia giornata. Facevo la collezione delle figurine Panini con grande dedizione. Le prime immagini che cercavo erano quelle della Roma. Anzi, la prima in assoluto nella mia lista dei desideri era quella di Francesco Totti. Facevo spendere un sacco di soldi ai miei per l'acquisto delle bustine finché non la trovavo. E non ci sono riuscito sempre"

Sul futuro

"Io cerco sempre di essere sincero, tanto le parole vengono sempre giudicate, almeno si giudica il mio pensiero autentico. Che si possa paragonare la mia carriera futura a quella di Francesco o Daniele è per me solo un onore. In questo momento vorrei starei qui sempre ma certamente questa deve essere anche l'intenzione della Società. Io sono un ragazzo molto ambizioso, che pretende molto da se stesso e dagli altri. Per me sarebbe perfetto restare qui per sempre. Sono orgoglioso della Roma, non lo dico formalmente, e penso che la Società possa crescere ancora. Qualcuno dice che vincere uno Scudetto a Roma è come vincerne dieci. Io voglio vincerne dieci, non uno. Dieci che valgono dieci".