Lui si chiama Giuseppe, c'ha ventisei anni. Si chiama Giuseppe perché nel 1992, l'anno in cui è nato, il padre pensò bene di dargli il nome del suo capitano: Giannini. L'adorava troppo quel giocatore: bello, elegante, tecnico, tifoso. L'adorava così tanto da arrivare al punto di mentire alla moglie che quel ragazzino voleva chiamarlo Simone. «Ci vado io a registrarlo». Le disse così. Anche se poi, una volta lì con quel foglio davanti e nessuno a controllarlo, non riuscì a resistere: «GIUSEPPE».

Lo scrisse tutto maiuscolo il nome del figlio. Tenendolo nascosto alla moglie fino a sera quando, con in braccio il piccoletto, s'era lasciato sfuggire "Il nostro Principe". Sul "nostro" la mamma del neonato non aveva avuto nulla da dire eh… è su Principe che iniziò a fare domande. Ma parecchie domande. Che se non avesse avuto i punti del cesareo a tenerla inchiodata al letto, i punti se li sarebbe dovuti mettere il marito che, invece, si salvò.

E così Giuseppe, andata! Un bambino cresciuto con il pallone sotto al braccio e la ROMA nel cuore, la cameretta zeppa di poster dei suoi beniamini e la testa piena di sogni: quello più grande, manco a dirlo, di arrivare, un giorno, ad indossare la stessa maglia di quel capitano che però, intanto, era volato in Austria per la disperazione del suo papà che quel distacco l'aveva vissuto con lo stesso stato d'animo con cui le madri vedevano i propri figli partire per la guerra. Sigh.

Ma torniamo al figlio, a Giuseppe e alla sua crescita: tra la scuola e la scuola calcio, i libri e l'album delle figurine, le interrogazioni e le partite sotto casa, nella squadretta di quartiere o giù, nei garage, a far rimbombare le serrande; ovunque c'era un pallone a rotolare c'era Giuseppe a corrergli dietro. Già, a corrergli dietro… perché di quel capitano così elegante e tecnicamente dotato lui aveva preso solamente il nome. Anzi, pure il soprannome. Perché quel Principe gli si era appiccicato addosso dal suo primo vagito e poi c'era cresciuto dentro, insieme: c'aveva superato l'infanzia e poi, pure, attraversato l'adolescenza. Principe, per tutti. Soprattutto per sua madre, che se i primi giorni quel nome, Giuseppe, non riusciva a digerirlo, poi, anche grazie a quel soprannome, gli era diventato indispensabile per essere felice.

E siamo ai giorni d'oggi. Anzi, all'anno scorso quando la ROMA, sbattendo fuori lo Shakhtar, si guadagnò i quarti in Champions e Giuseppe, ubriaco non solo d'entusiasmo, uscendo dallo stadio prese il telefono per chiamare il suo amico del cuore e dirgli che se al sorteggio avessimo beccato il Barcellona lo avrebbe portato allo stadio con lui. Daniele non aveva replicato. Incassando la promessa più come una minaccia che come una speranza.

Perché dentro lo stadio, lui, da quel maledetto incidente in motorino che lo aveva costretto su quella cazzo di carrozzella, non c'era più voluto andare. «Mi sentirei troppo osservato». E avoja a dirgli che quella paranoia gli rovinava la vita più di quanto non avesse già fatto il destino: niente da fare. Irremovibile. Tanto che quando dall'urna saltò fuori il Barcellona stramaledì il silenzio con cui non si era opposto all'invito dell'amico che i biglietti, intanto, era riuscito a prenderli per davvero. E a nulla valsero, dopo l'andata, i «Ma che andiamo a fare, dovremmo fargliene tre» perché ‘sta volta, quello irremovibile era proprio Giuseppe: che lo passò a prendere, gli mise la sciarpa al collo, una birra in mano e lo spinse, chiacchierando, fin dentro lo stadio dicendogli convinto che «Oggi scriviamo la storia».

Quella storia la conoscete bene. Perché la ROMA, quella sera, la scrisse per davvero. Gettando sulla faccia di ogni spettatore dell'Olimpico tre secchiate di godimento così autentico che Daniele, mentre abbracciava Giuseppe così forte da lasciargli addosso le sue impronte per giorni, si rese conto di quanto tempo aveva perso a piangersi addosso. Già, proprio in quei momenti in cui piangeva per davvero ma di felicità urlando, tenendolo stretto, «Principe, Principe, Principeee». E poi c'è chi non crede alle favole…