C'è chi li chiama complementari. Personaggi a prima vista differenti, ma nella sostanza tanto affini da finire col sovrapporsi. Fino a diventare indispensabili gli uni per gli altri e a legare i propri nomi in una storia sola. La Storia, nel caso di Agostino Di Bartolomei e Nils Liedholm. Il Capitano e l'allenatore dello Scudetto. Prima ancora, del ritorno alla Grandezza. Dopo, di una traccia gigantesca lasciata in eredità nei decenni a venire.

Sembrano distanti persino nell'iconografia, Ago e il Barone. L'uno rappresentato sempre con il suo volto serio (ma non serioso), le braccia a indicare la posizione migliore al compagno, sintomo non di autoritarismo, quanto di autorevolezza, conferita da un carisma enorme. L'altro con il sorriso sardonico, frutto di uno humour graffiante e di un gusto per il paradosso che gli resta impresso come un marchio di fabbrica. A braccia conserte e col tono basso, sereno, un accento che sembra una nenia, perché in certi casi basta lo sguardo a impartire disposizioni; l'esempio da immenso calciatore a stimolare la voglia di migliorare la tecnica di base anche in campioni già affermati; la maestria di chi ha affrontato Pelè e Di Stefano da pari a scompaginare tutti i dettami tattici in voga e indirizzare verso una via nuova, mai sperimentata in Italia.

La zona è il suo verbo, Dibba il profeta al quale per primo lo affida.

Si incrociano per la prima volta all'alba delle rispettive carriere. Liedholm ha già un decennio di esperienza sulle panchine a dire il vero: prima alla casa madre milanista, all'inizio da assistente di Gipo Viani, un altro passato per la Capitale; poi sulle proprie gambe ma in tono minore. Verona, Monza, Varese e Firenze, prima di approdare a Roma, in un viaggio verso Sud che è una sorta di bussola per lo svedese più solare, meridionale e scaramantico di sempre. Arriva in giallorosso nel 1973, proprio mentre il leader di una delle tante splendide nidiate romaniste si affaccia in prima squadra, consegnato nelle sue sapienti mani da Trebiciani, uno che di giovani talenti se ne intende. E Liddas intravede in quel diciottenne qualcosa in più di un promettente centrocampista.

Di Bartolomei è l'oculato tessitore di trame di gioco, il ragazzo dal tiro poderoso e dalla regia erudita. Per completare la maturazione viene mandato una stagione a Vicenza, "a farsi le ossa", come si dice in quegli anni. E torna più vigoroso che mai. Il suo mentore però non sa resistere al richiamo del Diavolo (che ha già tentato, senza riuscirci, un Ago tredicenne). A Milano resta due anni, il tempo di conquistare una stella e riscendere sulle rive del Tevere per far uscire a rivederne tante anche ai romanisti. Il ciclo ricomincia con il trionfo in Coppa Italia, poi subito un'altra - entrambe contro il Torino - a parzialissima compensazione di uno scudetto scippato proprio nel capoluogo sabaudo, ma da chi non ne porta il nome.

L'altro ex milanista Turone lega il suo per l'eternità all'increscioso episodio, ma intanto è arrivato Falcao a irradiare nuova luce. Ad Agostino sono stati conferiti anche formalmente i gradi sul braccio che già detiene da tempo: è lui a intrecciare la Ragnatela vincente, mettendosi ancora una volta a disposizione del suo allenatore pur di condurre «il vessillo in porto». L'ultimo uomo è davvero l'uomo in più di quella magnifica fuoriserie. Libero: di staccarsi, manovrare, tirare. Di trascinare la Roma. Prima sul trono d'Italia, poi a un passo da quello europeo, conquistato grazie a un suo rigore per meno di un minuto e poi evaporato per mille congiunzioni astrali sballate. Da lì in poi la parabola non può che essere discendente e intrisa di malinconia: l'ennesima Coppa Italia serve soltanto a lenire un dolore che farà maledire il 30 maggio una volta, due e poi tutta la vita. C'è soltanto il tempo di seguire Nils a Milano. Ma se gli uomini sono giusti, il posto è sbagliato. E il cuore di entrambi resta ancorato a Roma.