Gli allenatori non staccano mai, vivono di calcio ventiquattro ore al giorno. Tutti i giorni. D'estate, poi, manco a parlarne. Incollati al telefono, in linea diretta con il direttore sportivo per sapere quello che accade o che potrebbe accadere. E con in tasca la lista dei giocatori imprescindibili, quelli su cui costruire la squadra. Così me lo immagino Paulo Fonseca fino all'ultimo giorno di calciomercato. Con quel foglietto e quei nomi scritti calcando sul foglio perché ogni allenatore è convinto d'avere la formula magica ma, in cuor suo, sa bene che il suo destino dipenderà sempre dai calciatori. E lui, mister cosmopolita che il mondo l'ha girato anche grazie al calcio, sa bene che questo è uno sport unico ma che si può, anzi si deve, declinare in mille modi differenti. Per questo anche io, rispetto a quando ero adolescente e mi innamoravo degli integralisti, ho imparato che l'allenatore più bravo non è quello che cerca di valorizzare il suo calcio, ma la sua squadra: la differenza è sostanziosa e sostanziale. Avere un'idea è fondamentale, cercare di metterla in pratica il sale di questo mestiere. Ma non avere l'elasticità per sapersi costantemente plasmare alla realtà in cui si va allenare non è testimonianza di polso ma di scellerato personalismo.

Paulo Fonseca, invece, al mondo ci sa stare. Forse perché l'ha conosciuto per davvero… lui nato in Mozambico, ma già dopo un anno trapiantato in Portogallo dove è cresciuto, ha giocato e poi allenato fino a che, già affermato, si è trasferito in Ucraina: Shakhtar Donetsk. Per vincere tutto quello che c'era da vincere e poi rifare la valigia, destinazione Roma. Con quel foglietto in tasca ed Edin Dzeko primo della lista. E infatti il bosniaco l'ha convinto a restare e c'ha costruito pure la Roma intorno. Anche se già dopo la prima giornata era stato pitturato ed etichettato come "il nuovo Zeman": prende troppi gol. Poi il derby, "Il nuovo Pozzo": si difende troppo. Tutto e il contrario di tutto. Perché a queste latitudini spesso non si osserva, si sentenzia per partito preso. E si deve per forza raccontare qualcuno come fosse la copia di qualcun altro. Qualcun altro, invece, era arrivato allo scadere del mercato: Smalling e Mkhitaryan. Due che ad una squadra, completandola, i connotati possono cambiarglieli per davvero ed infatti da lì la Roma aveva iniziato a crescere. Troppo poco però. Perché, partita dopo partita, sono iniziati gli infortuni: crociato, menisco, zigomo, perone… più che il tabellino di un incontro di calcio, il referto medico dopo una rissa andata male.

Tanto che abbiamo continuato a parlare di Roma, ma quella delle ultime due partite di Roma aveva poco: l'amatriciana la puoi anche fare senza il guanciale, eh. Con le farfalle anziché i bucatini e il tofu invece del pecorino… basta sapere che di quella pasta conserverà il nome ma non il sapore. E allora, che fare?!? Semplice: di necessità, virtù. Reinventandosi. Pure se non vorresti smettere di imprecare perché - forse a qualcuno sfugge - le ultime due partite che hai portato a casa lo hai fatto grazie agli assist vincenti di Pellegrini (Bologna) e Mkhitaryan (Lecce). "Mancano le idee", dicono: acuti, vero?!? Com'era quell'altra? Ah, sì: "Vince sempre chi prende meno gol". Vero anche questo. Alla lunga però. Perché di gol la Roma, in campionato, ne ha presi solamente due dall'inizio del mese (uno su deviazione e l'altro su rigore) ma ha racimolato tre punti e basta: una miseria. Perché se non tiri, non segni. Se non segni, non vinci. E inizia proprio adesso, allora, il lavoro più grande di Paulo Fonseca: disinnescare, nella testa dei calciatori, l'illusione che facendo il minimo ci si possa preservare fisicamente. L'idea che quando le cose girano male per invertire la tendenza ci si debba accontentare di riportare a casa la pelle. Macché, tutto il contrario. Taumaturgo, psicologo e poi allenatore: buon lavoro mister!