Poco più di un anno di Cristante alla Roma, a cavallo di due stagioni con tre tecnici diversi, e già si può fare un bilancio. Partito con qualche difficoltà, è rimasto a galla in un annus horribilis come quello che ha portato all'avvicendamento tra gli ultimi due tecnici della Sampdoria, Di Francesco e Ranieri, che Bryan sfiderà domani con la Roma a Marassi. Corsa, resistenza, qualità, dedizione. Cristante secondo alcuni si vede poco, ma si vede di più quando manca. Per questo ha conquistato anche (con Difra e Sir Claudio il posto lo aveva quasi sempre) Paulo Fonseca, che l'ha sempre schierato titolare tranne a Lecce, dove comunque è entrato nei minuti finali.

«È un ragazzo di qualità, con dei principi di qualità», racconta chi lo conosce bene, come Alberto Romano, attuale responsabile dell'attività di base della Liventina, la società veneta in cui lo ha allenato dai 12 ai 14 anni e da cui il Milan lo prelevò. «Non gli piace la ribalta, non si mette tanto in mostra. In questo mondo dove è diventato tutto visivo, dove conta molto, troppo, l'immagine, le notizie corrono molto veloci, lui va contro corrente. Perché poi c'è la sostanza e su questa Bryan c'è. È ovvio che deve giocare in una squadra di qualità, ovunque è andato si è sempre posto nella maniera giusta, ma un giocatore da solo non può risolvere tutti i problemi, se poi arrivano i risultati del collettivo il singolo viene esaltato».

Eppure l'anno scorso, con la Roma che ha arrancato praticamente per tutta la stagione, Cristante è stato se non altro uno degli ultimi a mollare...
«Sì, anche perché toccando ferro nel suo curriculum non ci sono infortuni. È un giocatore integro. L'anno scorso spesso ha corso a vuoto probabilmente anche perché nell'Atalanta era abituato a giocare in un certo modo, con più aggressione all'avversario. Lui gioca un po' alla Busquets, in un ruolo che non è facile. Nella sua tranquillità è un ragazzo solare, parla sempre del gruppo, mai di se stesso. Già si sa cosa dirà quando fa le interviste. È talmente sintetico, a volte anche troppo, che non si autopromuove mai».

Tutto casa, che condivide con la fidanzata, e Trigoria, dove lavora per essere sempre pronto quando l'allenatore lo chiama in causa, viene da una famiglia semplice. È generoso ed è una parte nel tutto... 
«Quando lo portavo a fare i camp, mi dava una mano nel preparare i campi, faceva il dimostratore, è sempre disponibile, gli sono stati trasmessi dei valori che poi si vedono anche in campo e soprattutto nello spogliatoio».

Sarà anche per questo che De Rossi l'ha preso ad esempio nell'ultima sua conferenza stampa come giocatore che serve alla Roma...
«Non mi ha sorpreso quell'investitura. De Rossi è la figura più importante della Roma degli ultimi vent'anni dopo Totti e ha indicato Bryan come modello perché ha visto in lui la cultura del lavoro, ha visto le potenzialità, il suo modo di fare, di comportarsi. Questo ti fa dire che ne vuoi cento come lui. A lui piace giocare a calcio, vuole sempre il bene della squadra».

Ancora giovane da non poter esser considerato un veterano, ma già maturo per non esser più considerato in formazione, Cristante non ha ancora compiuto 25 anni ma oggi è più vicino come testa a un giocatore di trent'anni che a uno di venti...
«Assolutamente sì. Lui già a sedici anni si allenava con Ibrahimovic. Poi l'esperienza al Benfica l'ha fatto crescere in fretta. In un ruolo cruciale, tra l'altro, dove non è che abbondino i giocatori italiani guardando i top club in Europa e in Italia. Bryan c'è, Roma è una città con una pressione alta, la società è una delle più importanti d'Italia. Se poi la città inizia a volergli bene e si sente come a casa sua, può davvero consacrarsi come grande giocatore».

È tornato alle origini, perché lui nasce centrocampista centrale, specialmente ai tempi delle giovanili, è entrato nel cuore di Fonseca - che vuole una squadra che aggredisca in maniera un po' più simile all'Atalanta di Gasperini che alla Roma di Di Francesco - perché è un calciatore che rischia sempre la giocata di qualità...
«Qualunque allenatore vorrebbe un giocatore così. Si sta prendendo quello che gli spetta. Lui anche in allenamento è una grande rottura di palle con i compagni. Dispensa consigli e idee anche ai più grandi, non gliene frega niente di chi ha davanti. La passione per il calcio è più forte di tutto. Lui in campo va per vincere, vuole una squadra motivata intorno, di lottatori, di gente che esce con la maglia sudata, anche se è un tipo silenzioso sa essere leader. È il classico giocatore moderno, ma senza fronzoli e tatuaggi... Nei test atletici e nei dati statistici risulta da sempre uno dei migliori, è integro e molto forte fisicamente, nell'Atalanta Gasperini aveva capito che uno che poteva fare qualcosa di diverso era lui perché si buttava dentro, non solo sui calci d'angolo. Ha un grandissimo tiro e dovrebbe osare di più in questo senso. E poi ha una visione di gioco non indifferente, basti pensare all'assist in Nazionale per El Shaarawy contro il Liechtenstein. Nella Roma ha Dzeko e si diverte a dar la palla in verticale. Per questo gli riesce bene anche il ruolo di trequartista, sa fare un po' tutto. Deve ancora migliorare, vorrei vedere qualche "numero" da lui, ma un po' come nelle interviste è uno concreto».