Quando la sera del 6 marzo scorso al Do Dragao l'arbitro polacco al Var, Marciniak, non corresse il suo collega turco Cakir che non se la sentì di dare alla Roma un evidentissimo rigore che, se trasformato, l'avrebbe nuovamente qualificata ai quarti di finale, dando dunque il via libera al Porto dopo 120 minuti di combattutissima partita, è apparso chiaro a tutti come il destino di Di Francesco fosse ormai segnato.

Quella stessa notte Francesco Totti chiamò Ranieri che la mattina dell'8 marzo sbarcò a Roma da Londra. Se ne andrà 80 giorni dopo, dopo aver maturato un'esperienza indimenticabile, per lui che in fondo a questi colori è davvero affezionato. L'avventura finì il 26 maggio con la Spal, nel giorno dell'addio a De Rossi, in uno strano pomeriggio piovoso e freddo, con lo stadio che tributò a Daniele il saluto che si deve a un figlio che lascia la casa, ma trovò il modo per manifestare anche l'affetto a un papà tanto amato, anche se non era riuscito ad aggiustare la precaria situazione domestica. Prese la Roma al quinto posto, la lasciò al sesto, ma mantenendo in piedi la baracca e coltivando una serie di rapporti che in ogni caso resteranno patrimonio condiviso.

Quando arrivò a Trigoria, e sarà così anche per quelli che in questi giorni lo stanno scoprendo a Bogliasco dopo che Ferrero l'ha chiamato per sostituire Di Francesco (per la seconda volta, dunque, in sette mesi), per tutti arrivava il marziano che aveva fatto vincere la Premier al Leicester. La forza di Re Claudio ormai è questo: dovunque andrà sarà per sempre il mago che è riuscito in un'impresa che non ha eguali nel mondo del calcio. E lui su quel suo curriculum, con tante esperienze diverse, non sempre felici, ma con quella perla così sfavillante, ci costruisce i rapporti sopra.

Così fece anche quando arrivò alla Roma. Doveva rassicurare un gruppo impaurito, passato in neanche un anno dall'illusione di essere a un passo dal trono d'Europa alla disillusione di una squadretta qualunque, e ci riuscì con l'empatia che lo contraddistingue. Introdusse pochi concetti tattici, lavorò per sottrazione, ma si concesse molto sotto il profilo personale. In quel primo giorno sul campo fu chiaro: «Da oggi abbassiamo la linea difensiva, non andiamo più a pressare alto, non voglio più giocate corte in difesa, e dimenticatevi il riferimento della palla nelle marcature perché con me, in area soprattutto, si prende l'uomo». A molti giocatori non parve vero, anche a quelli che erano affezionati a Di Francesco, e ce n'erano ancora tanti.

Sir Claudio chiedeva un gioco più semplice e facilitò anche i rapporti umani. I lavori sul campo erano meno intensi, le sedute di lavoro meno lunghe, i ragazzi venivano seguiti con pochi suggerimenti (le esercitazioni le guidavano spesso Benetti e Cornacchia, i suoi collaboratori) e quando occorreva sfoggiava una lingua diversa con ogni interlocutore: usava lo spagnolo con Marcano, l'inglese con Olsen, Karsdorp e Kluivert, il francese con Nzonzi, persino qualche parolina in greco con Manolas. I rapporti umani, la sua forza.

A volte, in qualche ritiro, si è divertito a raccontare gli aneddoti più divertenti della sua sterminata carriera, a volte è intervenuto per sedare brutte discussioni (e qualche accenno di rissa, tipo Dzeko e El Shaarawy a Ferrara), a volte ha dovuto correggere le sue stesse convinzioni. Quand'è arrivato, per esempio, affermò alla prima conferenza stampa che con lui Dzeko e Schick avrebbero giocato insieme. Ma presto si è dovuto arrendere all'evidenza della realtà. E dopo qualche tentativo, sia come coppia d'attacco del 442, sia spostando il ceco sulla fascia nel 4231, alla fine è arrivato alle stesse convinzioni di chi l'ha preceduto (Di Francesco) e di chi lo avrebbe seguito (Fonseca).

Dzeko lì davanti non ha bisogno di spalle, e comunque non di spalle di quel tipo. E anche con Olsen ha vissuto un'esperienza analoga: quando è arrivato l'ha difeso e sostenuto, ma dopo la doppia sconfitta con Spal e Napoli, con evidenti responsabilità del portiere svedese, ha cambiato idea e ha lanciato Mirante che poi è stato il titolare per tutto il finale di stagione. Ma la particolarità di Ranieri è che quando a fine stagione ha radunato la squadra per il rompete le righe, ha pubblicamente chiesto scusa a Olsen, elogiandone la professionalità per i comportamenti ineccepibili. Ecco perché alla fine tutta la squadra avrebbe voluto la sua conferma. Ecco come Ranieri entra nell'anima dei suoi giocatori.