In cento giorni di nuova Roma dal campo è arrivata una sola sconfitta. Bisogna partire da qui per raccontare i primi passi della Roma nella gestione Fienga (società) e Fonseca (squadra) anche se poi c'è stata una fortissima impronta di Gianluca Petrachi, l'esplosivo ds il cui ingaggio fu annunciato proprio in quel caldo 1° luglio e che ora è al centro di una serie di polemiche - quasi tutte pretestuose e strumentali - dopo le sue parole di domenica sera che avrebbero dovuto richiamare l'attenzione sul comportamento dell'arbitro Massa nell'ultima partita dell'Olimpico e invece hanno attirato le contumelie antiromaniste di chi invece di guardare la luna si è soffermato sul dito puntato dal ds.

In cento giorni per ben diciannove volte ci siamo svegliati la mattina dicendo "oggi gioca la Roma" (il 27 luglio anche dopo il riposino pomeridiano visto che la Roma quel giorno scese in campo due volte) e per diciotto di esse siamo usciti dal confronto senza sconfitte. È successo per le dieci amichevoli (otto vittorie e due pareggi, uno dei quali trasformato in vittoria ai rigori col Real Madrid), per le due partite in Europa League (una vittoria e un pareggio) e in sei delle sette partite in campionato (tre vittorie e tre pareggi): l'unico neo resta dunque solo quello di mercoledì 25 settembre, 0-2 in casa contro l'Atalanta, l'unica squadra che ad oggi può vantarsi di aver battuto sul campo la nuova Roma di Fienga e di Fonseca.

E di Petrachi, a questo punto bisogna dire, visto che sin dai primi e anche in questi caldissimi ultimi giorni, il nome del ds è stato evocato spesso, e molte volte a sproposito. Fu proprio lui a suonare i primi squilli della nuova Roma, in un'apprezzatissima (dai tifosi) conferenza stampa di presentazione, il 4 luglio. Il Romanista titolò A MUSO DURO il giorno dopo, questi i passaggi principali condensati nel sommario: «La Roma è all'anno zero. Chi viene o sta qui deve farlo con entusiasmo. Per questo Barella è un capitolo chiuso. Se Dzeko vuole l'Inter porti la cifra richiesta. L'aria sta cambiando, nessuno può ricattarci. Zaniolo può iventare un top ma non ha ancora fatto nulla. Dispiaciuto per Conte, vincere qui vale 5 scudetti alla Juve e all'Inter. Fonseca mi ha stregato. Io non sono social, io sono un uomo del popolo. L'Olimpico mi fa alzare il pelo. La Roma è il massimo».

Fonseca ha cominciato il suo lavoro l'8 luglio, gli augurammo BOA SORTE in prima, ce ne avrebbe davvero bisogno tuttora. Nelle sue prime parole espresse un concetto che colpì parecchio: «La Roma dev'essere di tutti». Non la sua, di tutti. Apparve chiaro che avrebbe fatto strada uno così, col suo aspetto gentile che domenica abbiamo visto per la prima volta trasfigurato, persa l'usuale compostezza, stranito come tutti quelli che erano all'Olimpico per il comportamento dell'arbitro Massa. Di lui preoccupava l'approccio troppo allegro rispetto al tatticismo del calcio italiano. Cominciò le partite amichevoli contro squadre di livello assai più basso rispetto alla Roma col suo sistema di gioco 2-2-6 in fase di possesso palla, con due difensori centrali ad impostare con i due centrocampisti e sei attaccanti in linea (i due terzini, i due esterni alti, centravanti e trequartista), ma si pensava che si fosse semplicemente nel periodo delle sperimentazioni anche un po' estreme.

E poi quella Roma funzionava e anche col Real Madrid non subì mai troppo l'iniziativa degli avversari. Il fatto che maggiormente lo preoccupava, e di conseguenza preoccupava tutti i romanisti, era capire chi avrebbe potuto schierare soprattutto al centro dell'attacco, mentre Dzeko sembrava con i piedi a Roma e con la testa a Milano. Questo almeno aveva fatto capire lo stesso Petrachi, aggiungendo dettagli che lo stesso Dzeko non aveva gradito («nessuno può ricattarci, se Edin vuole andar via si presentasse col grano»). Il 28 luglio Il Romanista titolò VIA CON VENTI, a ribadire la linea della società a cui nessuno in quel periodo sembrava dar troppo credito. Anzi, c'era la corsa a considerare la Roma il vaso di coccio tra vasi di ferro della Juve - che voleva liberarsi di Higuain - e dell'Inter - che voleva vendere Icardi. Dzeko avrebbe dovuto vestire il nerazzurro, Icardi il bianconero, Petrachi si sarebbe "accontentato" di Higuain in prestito, ma non certo pagandolo lo sproposito che chiedeva Paratici.

Alla fine il vaso di ferro è stata proprio la Roma che forte proprio del lavoro quotidiano di Fonseca con il giocatore, annunciò a sorpresa dopo ferragosto l'accordo per il rinnovo del contratto del bosniaco: «CASA MIA», fu lo strillo di copertina del nostro giornale, con la bella foto di Edin raggiante e abbronzato con la maglia col numero 2022, l'anno della scadenza del nuovo accordo.

Copertina che faceva il paio con quella di qualche giorno prima, proprio in seguito alla partita con i blancos di Zidane: MA ‘NDO VAI, chiedemmo idealmente a Dzeko, abbracciato dalla squadra e da tutto lo stadio dopo la splendida prestazione sua e del gruppo (con gol strappapplausi del definitivo 2-2). Dunque Dzeko leader e Roma in fase sperimentale. Intanto Petrachi con Fienga continuavano a lavorare senza sosta sui rinforzi (con Mancini indietro con la preparazione soprattutto tattica, la coppia di difensori titolari per tutta l'estate è stata quella composta da Fazio e Juan Jesus, non troppo rassicurante per i tifosi romanisti).

Certo, c'erano altri punti fermi, dal nuovo Zaniolo (AL CENTRO DI TUTTO il titolo del 3 agosto, quando Il Romanista salutò i benauguranti atteggiamenti del talento rinnovato) a Lorenzo Pellegrini (C'È CHI DICE NO, lo strillo nostro per il rifiuto della corte dell'Inter), da Florenzi confermato capitano a forza proprio da Dzeko («LA FASCIA È TUA», il titolo del 22 agosto) a Kolarov. Ma mancava qualcosa là dietro e là davanti. Leader, soprattutto. Non Rugani (RUGANO, dicemmo il 23 agosto). E i leader arrivarono proprio verso la fine del mercato: TAGLIA SMALLING, l'annuncio de Il Romanista il 30 agosto. AMICO HENRIKH fu invece il titolo del 3 settembre.

Nel frattempo la stagione era partita (DAJE SUBITO il titolo per il calendario che prevedeva il derby alla 2ª) e Fonseca a quanto pare non riusciva proprio a trovare il modo di mantenere l'equilibrio nella sua Roma. Col Genoa il 25 agosto arrivò un 3-3 di tante luci e altrettante ombre, che viravano al buio per la prospettiva di dover affrontare alla seconda giornata la Lazio maramalda in grado di vincere seccamente a Genova, contro la Sampdoria che allora nessuno riteneva così non competitiva: PRONTO INTERVENTO fu il nostro titolo e in qualche modo Fonseca ci ascoltò.

Nel derby presentò una squadra meno spavalda che subì parecchio la pressione degli avversari ma ebbe il merito di non capitolare, in un momento psicologicamente delicatissimo. In quella settimana Petrachi fu particolarmente vicino a Fonseca e svoltare il derby senza la temuta sconfitta rappresentò il primo segno di svolta della stagione. Lo definimmo PUNTO DI PARTENZA, lo è stato. Il 6 settembre facemmo i CONTI IN TASCA alla società dopo il mercato, evocando quella ricapitalizzazione che è diventata cronaca di questi giorni.

Petrachi continuò nella sua comunicazione assai muscolare («MA QUALE SUCCURSALE» fu il succo della sua conferenza stampa per la presentazione di Mkhitaryan: «Nessuno può venire qui a fare il prepotente»), mentre l'allenatore, comunque insoddisfatto della prestazione con la Lazio, cominciò a pensare ad una Roma diversa, con un terzino decisamente più alto di un altro, con l'impostazione fissa a tre, e una diversa distribuzione dei compiti per gli attaccanti.

Con questo nuovo assetto la Roma ha trovato nuovi equilibri (anche segnato un po' meno), ma a parte la battuta d'arresto con l'Atalanta è stata comunque in grado di ritrovare l'alta classifica con le belle vittorie sul Sassuolo (FORZA 4), di Bologna (IMPAZZITI) e Lecce (OLTRE L'ABISSO) e di guadagnare il primato anche nel gruppo di qualificazione dell'Europa League (4x4 dopo il Basaksehir, PARI CON RISERVA dopo il punto rimediato a Graz senza tanti titolari).

Il resto è Roma-Cagliari con il titolo di lunedì che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni: MASSACRATI. Fonseca ha conosciuto l'altra faccia del calcio italiano, noi la sua, immortalata su tante foto che hanno fatto il giro del mondo mentre chiedeva conto all'arbitro di Imperia delle sue malefatte. Speriamo le ultime.