Da Bologna a Bologna, tutto è cambiato in casa Roma. Le metamorfosi giallorosse, al contrario di quelle kafkiane, ci regalano una trasformazione più che positiva, resa ancor più evidente dalla casualità del calendario, che ha fatto tornare Dzeko e compagni al Dall'Ara trecentosessantaquattro giorni dopo (praticamente un anno esatto) quel pomeriggio che fu l'inizio della fine.

Dal 23 settembre 2018 al 22 settembre 2019 tanta acqua è passata sotto i ponti: acque agitate, per non dire tempestose, dall'addio di De Rossi a quello di Totti, passando per una stagione deludente sotto ogni punto di vista per quanto riguarda i risultati. Al Dall'Ara, quel giorno, una delle (tantissime) prove opache dell'anno culminò con la vittoria per 2-0 dei rossoblù guidati da Filippo Inzaghi, che raccolsero i primi punti (e segnarono i primi gol) della loro stagione. Mattiello e Santander i marcatori, con i giallorossi incapaci persino di impensierire la difesa bolognese.
Si veniva da due ko con Milan e Real Madrid e dal pari-beffa dell'Olimpico contro il Chievo: il presidente Pallotta si disse disgustato, la società optò per il ritiro punitivo in vista dell'infrasettimanale contro il Frosinone e soprattutto del derby. Arrivarono due vittorie, ma il dado era ormai tratto: una squadra senza nerbo, totalmente incapace di reagire alle avversità, costruita male e rifinita peggio si apprestava a vivere mesi di delusioni, tra sconfitte contro Spal e Udinese, rimonte ai confini della realtà subite al 95' e imbarcate fiorentine in Coppa Italia.

Adesso, invece, se ci consentite la citazione direttamente da Guerre Stellari, a Trigoria c'è «una nuova speranza»: le tre vittorie tra campionato ed Europa League in una settimana ci riconsegnano una Roma che diverte e si diverte, ma che sa usare la sciabola quando le circostanze lo richiedono. Il successo di domenica ne è una prova lampante: in inferiorità numerica e dopo un arbitraggio discutibile - per usare un eufemismo - al 94' i giallorossi hanno avuto la forza di andare a prendersi i tre punti. Contro tutti e tutto, a dimostrazione del fatto che questa Roma è un gruppo solido, compatto, in cui tutti remano nella stessa direzione.

Merito di Paulo Fonseca, sicuramente: il tecnico ci sta mettendo del suo per ricompattare un ambiente che era ridotto a brandelli, rimotivando i giocatori dopo averne convinti altri (vedi Dzeko) a rimanere a Roma. Merito del nuovo ds Gianluca Petrachi, che fin dal giorno del suo insediamento ha fatto appello al «senso di appartenenza» da cui inevitabilmente si doveva ripartire. Merito dei giocatori e di un mercato stavolta mirato, con nuovi acquisti funzionali all'idea di gioco del tecnico. È così che Pau Lopez, arrivato in estate per difendere i pali giallorossi, si ritrova protagonista con una parata che vale a dir poco due punti; ed è così che Dzeko, al triplice fischio, se lo abbraccia e gli dice: «Questa vittoria è tua!». È merito anche di Veretout, che con un coast to coast all'ultimo minuto propizia il gol della vittoria ed esulta con una capriola all'indietro come se giocasse nella Roma da anni.

La gioia sfrenata sotto al settore stracolmo, e quella corsa mano nella mano di tutta la squadra verso i tifosi accorsi in massa al termine della partita sono le istantanee che meglio raccontano le metamorfosi romaniste. Così come la festa di Nuño Romano (in nomen omen), preparatore atletico agli ordini di Fonseca, che gioisce con il resto della squadra al gol di Dzeko. Florenzi, pochi giorni fa, aveva parlato della necessità di un «mutuo soccorso» che spingesse i giocatori ad aiutarsi l'un l'altro. Nel nome della Roma, che un anno dopo essere sprofondata definitivamente nel baratro si è rialzata. La strada da percorrere è ancora lunga, ma i segnali sono quelli giusti.