Casa a Tokio. Ufficio a Los Angeles. Il cuore a Roma. È il mappamondo giallorosso di Simone Legno, anni quarantadue, romano e romanista, faccia di chi ha il coraggio di sfidare il mondo, sguardo di chi ha fatto della curiosità la sua filosofia di vita, abbigliamento di chi ha una marcia in più, camminata e movenze più romane che californiane. Qualcuno, legittimamente, ci potrebbe dire, «sì, va bene, ma chi è ‘sto Legno?». Rispondiamo: è l'inventore del marchio Tokidoki, una griffe che sta conquistando il mondo, abbigliamento, giocattoli, gadget e molto altro.

In Oriente, in particolare in Cina dove potete immaginare che numeri abbia il mercato, è un successone certificato da diciotto negozi. Una griffe, per chi fosse stato distratto nelle ultime settimane, che ha appena ufficializzato una partnership con la Roma, già partita con il nuovo look della mascotte Romolo (e presto ci saranno altre sorprese, a fine settembre troverete tutto nei Romastore, consigliamo le maglie e le felpe che sono fantastiche). Mercoledì prossimo, contro l'Atalanta, vedremo i giallorossi scendere in campo per la prima volta con una maglia inedita (bellissima, ve lo garantiamo), con la Nike che non ha potuto dire nulla visto che i diritti sono stati riacquistati dalla società giallorossa.
Con Simone abbiamo trascorso un paio d'ore piacevolissime, chiacchierando di Roma, ovviamente, con un particolare riferimento al ruolo del tifoso romanista all'estero.

Simone partiamo dalle tue radici.
«Sono qui, a Roma, anche se ormai da molti anni vivo lontano, prima a Milano, poi a Los Angeles, da qualche settimana a Tokio dove mi sono trasferito con la famiglia (moglie giapponese, due figli ndr)».

Roma ti manca, no?
«Tantissimo. Mi manca la sua bellezza. E mi dispiace che i romani non apprezzino fino in fondo le meraviglie di una città che è unica».

Che vuoi dire?
«Io vivo in giro per il mondo, ma come Roma non c'è nulla. È bellissima. Sono cresciuto al Nuovo Salario quando da quelle parti c'erano ancora le strade sterrate. In questi giorni che sono tornato a Roma, una mattina mi è capitato di fare una passeggiata a Villa Borghese. Mi ha riconciliato con la vita».

Eppure è una città che da anni è lasciata un po' andare.
«Ho notato. Ho girato anche per le periferie, Roma è sporca. Non ci si rende conto di cosa sia Roma nel mondo».

Oltre a Roma ti manca pure la Roma.
«Da morire. Quando mi alzo la mattina, in qualsiasi posto del mondo stia, dopo i miei figli il primo pensiero è la Roma».

Che tifoso eri quando crescevi a Roma?
«Totale. Ricordo benissimo la prima volta che sono andato all'Olimpico. Avevo tredici anni, Roma-Milan, finì uno a uno con gol nostro di Rizzigol. È un ricordo meraviglioso anche perché ci andai di nascosto insieme a un amico».

Perché?
«Mio padre è un tifoso moderato, lui tifa per la Nazionale e le squadre italiane nelle coppe, glielo avessi detto non mi avrebbe dato il permesso».

Te la ricordi la Roma del secondo scudetto?
«Ero piccolo, ma la ricordo. Il mio idolo era Bruno Conti. Ricordo bene, purtroppo, anche la finale contro il Liverpool. Mi sono sempre consolato pensando che la in quella finale c'era la nostra Roma».

Quali sono stati gli altri tuoi idoli giovanili?
«Uno su tutti, Rudi Voeller. Mi piaceva perché era un giocatore che quando andava in campo dava tutto quello che aveva».

Sei stato un tifoso da stadio?
«Non tantissimo. Più da televisione, soprattutto quando sono nate le pay-tv. Mi dividevo anche con altre passioni, da ragazzo suonavo il basso in un gruppo punk e poi avevo l'amore per l'arte, il disegno, la pittura. Una passione che mi ha creato anche qualche problema».

Del tipo?
«Mio padre. Nel senso che quando gli ho detto che sognavo di fare l'artista, lui non è che si disse d'accordo. Pensava fosse una velleità giovanile».

Invece gli hai dato torto.
«Infatti le cose sono andate diversamente. Ma per riuscirci sono stato costretto a prendere la decisione di andare via dall'Italia».

La fuga dei cervelli, insomma.
«Più o meno. Io quasi venti anni fa decisi di partire, prima due anni a Milano, poi in direzione Los Angeles. Inseguivo un sogno americano. Quel sogno l'ho realizzato perché negli Stati Uniti se hai voglia di fare ti danno l'opportunità di provarci».

Ci sei riuscito.
«Diciamo di sì. E oggi se a papà dico che sono un artista, è contento».

Come è nata questa collaborazione con la Roma?
«Con una telefonata».

Spiegaci meglio.
«Mi hanno contattato degli uomini della Raptor».

E poi?
«Sono venuti a trovarmi nel mio ufficio di Los Angels. E vuoi sapere la prima cosa che hanno notato?».

Cosa?
«Il bandierone della Roma che è appeso da sempre nel mio ufficio. Da lì è cominciato tutto».

Come è proseguito?
«C'è stato un appuntamento con il presidente in un ristorante di New York. Penso di essergli piaciuto. E lui mi ha chiesto se mi andava di immaginare un nuovo Romolo, la mascotte della Roma. Non me lo sono fatto ripetere due volte. Pallotta è una persona molto interessante, ho scoperto di avere in comune con lui alcune passioni».

Tipo?
«Nel suo ufficio ho preso atto che è un grande appassionato d'arte moderna, possiede dei quadri molto interessanti. Ma soprattutto che è collezionista di robot».

Robot?
«Sì, robot, presente quelli giapponesi? Ne ha tanti, così come il sottoscritto. Io del resto sin da piccolo sono stato un appassionato della cultura giapponese».

Come l'hai ripensato Romoletto?
«Più moderno, con linee più morbide per dare un senso più di famiglia. Tanto è vero che non è finita qui».

Cioè?
«Presto ci saranno anche moglie e due figli in una partnership che mi auguro possa durare molti anni».

Ti sento entusiasta.
«Di più. Sono orgoglioso di poter dare il mio contributo alla mia Roma che amo. Sono eccitato dall'idea di poter dire di lavorare per e con la società giallorossa».

Eppure, pensa, questa società in città viene criticata anche in maniera pesante.
«Credo che ognuno abbia il diritto, nel rispetto della civiltà, di pensarla come vuole. Io vi posso dire che è vero che non è arrivato nessun trofeo, ma è altrettanto vero che la Roma ora è molto più conosciuta nel mondo, il brand è diventato internazionale, i programmi e le idee sono all'avanguardia e il presidente Pallotta è un grande tifoso, anche se si pensa il contrario».

Forse tutto questo è figlio legittimo del fatto che stai lontano da Roma.
«Forse. La lontananza alimenta il tuo amore. A Los Angeles controllavo tutti i giorni i siti della Roma e ascoltavo le radio romane. E tutto questo continuerò a farlo anche a Tokio dove ora mi sono trasferito».

Le radio romane spesso sono al centro di tante chiacchiere.
«Confesso che dispiace dover sentire tante critiche e cattiverie nei confronti della Roma. Lo trovo inconcepibile, anche se devo dire che l'ironia dei romani è fantastica».

Le partite non sempre ti sarà semplice seguirle in televisione.
«Vero, se non altro per una questione di fuso orario. All'estero delle volte è quasi un lavoro trovare il posto giusto. Ma non mi ferma niente. A qualsiasi ora io sto davanti alla tv a tifare la Roma».

A Los Angeles non credo che ci siano tanti tifosi della Roma.
«No. Però c'è il mio amico Loris, le ho viste tutte con lui. L'ho conosciuto otto anni fa a una festa, eravamo pure un po' alticci, ma entrambi abbiamo capito che avevamo lo stesso amore per la Roma».

C'è una partita che ricordi con particolare piacere?
«Risposta facile facile. Roma-Barcellona. Che gioia. Era ora di pranzo, primo pomeriggio, a Los Angeles, al gol di Manolas credo che le urla mie e di Loris si siano sentite per tutta la città. Alla fine siamo usciti per strada a festeggiare, peccato che abbiamo incontrato solo persone che portavano a spasso il cane. Però vi posso dire che ancora oggi quando sono in qualche parte del mondo e dico che sono tifoso della Roma, tutti mi ricordano quella partita meravigliosa».

Ci sono altre partite che hanno un posto particolare nel tuo cuore?
«Due, soprattutto. Il Roma-Genoa con gol di Perotti all'ultimo secondo e il derby vinto con il gol di Mapou. Ho strillato come un pazzo e ho temuto che i vicini chiamassero la polizia».

Quando giri per il mondo per il tuo lavoro, come fai a seguire la Roma?
«La prima cosa che faccio quando arrivo in un posto è chiedere dove si possono vedere le partite del campionato italiano. Non sempre è semplice perché soprattutto in Oriente seguono la Premier più di qualunque altro campionato».

Il terzo scudetto dove lo hai vissuto?
«A Roma. Ho girato per ore con il motorino per festeggiare».

La Roma di oggi come la vedi?
«Io la Roma la vedo sempre bene, vi assicuro che ogni anno all'inizio della stagione io sto già al Circo Massimo. Sono felice di essere un tifoso della Roma».

Eppure non si vince da una vita.
«Dobbiamo capire che ci sono altri club come il Real che hanno fatturati quattro volte superiori e allora tutto diventa più difficile. Ora non si può pensare alla Roma solo come una società sportiva».

Come hai vissuto gli addii di De Rossi e Totti?
«È facile da immaginare. Totti io lo farei ancora giocare, ma l'età era quella che era. Più difficile per me accettare l'addio di Daniele».

È il tuo giocatore preferito?
«È il mio eroe. Un giocatore fantastico e un ragazzo in gamba, è un piacere sentirlo parlare».

Cosa ti infastidisce della Roma?
«Quando ne sento parlare male. È vero che non abbiamo vinto, ma se andiamo a vedere negli ultimi dieci anni non abbiamo fatto male, due volte il record di punti, la semifinale di Champions, una stabilità nell'elite del nostro calcio che non abbiamo mai avuto. E io sono convinto che il meglio debba arrivare».

I tuoi figli ti seguono nella tua passione romanista?
«Sì. Ne vuoi la dimostrazione?».

Certo.
«Il piccolo si chiama Yuki ha quasi tre anni, io gli parlo in italiano lui mi risponde in giapponese e mi dice di stare tranquillo perché " in testa papà ho sempre la Roma". La grande, Hikari ha sei anni e vede tutte le partite con me e mi dice sempre che pensa solo a Totti. Cosa posso volere di più?»

Difficile desiderare qualcosa di più. Portagli un bacio romano e romanista.