Il predestinato. Romano, romanista, giocatore di serie A, nazionale, leader tendente al campione, è solo questione di tempo. Di anni ne ha ventitrè ma già da cinque frequenta il massimo palcoscenico del nostro calcio, i primi due al Sassuolo, da tre con la Roma del suo cuore e di tutta la sua famiglia. A Trigoria, del resto, tutto sono meno che sorpresi dall'ascesa esponenziale di Lorenzo Pellegrini. Che fosse un ragazzino da curare con tutte le precauzioni del caso, a Trigoria lo avevano capito addirittura quattordici anni fa, anno 2005. Il predestinato aveva appena nove anni e già prendeva a calci il pallone con una maglia che a Roma conoscono in molti, quella dell'Almas, settore giovanile che ha una storia importante.

Giocava difensore, pensate un po', ma si intuiva che era una scelta del momento, troppo limitativa per quel ragazzino che amava andare su e giù per il campo, testa alta, giocate che facevano dare di gomito dirigenti, conoscenti e chiunque lo vedesse in campo muoversi in modo diverso rispetto a tutti i suoi coetanei. Lo segnalarono a Bruno Conti, aggiungendo pure che il ragazzino e tutta la sua famiglia avevano i colori giallorossi tatuati sulla pelle. Non fu difficile portarselo a Trigoria, trasformarlo negli anni in un interno di centrocampo capace di abbinare qualità e quantità, in un processo di maturazione che si sta completando, indipendentemente dalla posizione in cui viene mandato in campo, verso quel ruolo di leader che sembra il suo nella Roma di oggi ma soprattutto di domani.

Proseguendo così quella tradizione romana e romanista di ragazzi cresciuti nel settore giovanile che riescono a fare la differenza anche nel calcio dei grandi, entrando nel cuore della gente che riesce a identificarsi con chi quella maglia riesce a indossarla e portarla prima da tifoso, poi da calciatore, infine da campione. È questo il destino di Lorenzo Pellegrini che nella stagione appena cominciata è chiamato a dare la risposta definitiva. E per ora la sta dando, come ci ha fatto vedere domenica scorsa contro il Sassuolo, tre assisti uno più bello dell'altro, dominatore della partita anche quando non aveva il pallone tra i piedi, qualità che è di pochissimi. Lo ha fatto da trequartista centrale nel modulo di Fonseca, ruolo che ha scoperto piacergli, e pure parecchio, nel derby d'andata della passata stagione, con un colpo di tacco da dove è partita la sua inarrestabile ascesa. Ma è limitativo definirlo trequartista centrale e basta.

Interpreta il ruolo come faceva qualche anno fa Simone Perrotta, a tutto campo, garantendo maggiore qualità, con un'invidiabile facilità di corsa da un capo all'altro del campo e con idee calcistiche che arrivano prima di chiunque altro, basta solo capirlo per sfruttarne la genialità calcistica. Fonseca lo ha capito e difficilmente ora lo sposterà da quel ruolo che sembra cucito addosso a questo ragazzo che ha anche un'altra grande qualità. Cioè la testa, la capoccia. Per prenderne atto basta sentirlo parlare, difficile sentirgli dire una parola fuori posto anche se ha da dire qualcosa non si fa pregare a esporla. Forse anche per questo Francesco Totti, nel giorno del suo addio alla Roma, lo ha investito di un'eredità di quelle pesanti. Lui ha ringraziato, ma non ha fatto una piega, ribadendo il suo amore nei confronti del colore giallorosso, per nulla impaurito dall'idea di essere il predestinato a continuare una tradizione che ci piace e che è tutta romana e romanista.