Dicono che la felicità non abbia prezzo, sbagliano. Quando ero ragazzino la felicità un prezzo ce lo aveva eccome. Costava cento lire. Cento lire come un pacchetto di figurine.
Il costo di quel pacchetto, nella mia infanzia, ha rappresentato l'unità di misura attraverso il quale contare i soldi: non ragionavo in lire, ragionavo in figurine. Cento lire, un pacchetto. Duecento, due. Cinquecento, cinque. E, a salire, fino a quelle mille lire che quando ti ritrovavi in mano la corsa verso l'edicola era a velocità doppia: il piacere d'ascoltare il giornalaio contare fino a dieci, tenendo i pacchetti a ventaglio tra l'indice e il pollice, lo consideravo già una importante parte del piacere al punto che, chissà, Leopardi "Il sabato del villaggio" avrebbe potuto dedicarla alla gioia di quel momento.

Fatto sta che a quel punto, a casa se riuscivo a resistere alla tentazione di iniziare ad aprirli per strada, il rito poteva finalmente iniziare.

Scartando quei pacchetti sorridendo per ogni figurina mancante, esultando come per un goal per ogni calciatore della ROMA trovato e ragionando su come poter investire ogni doppione che mi capitava. Ecco… potremmo dire che i doppioni non sono altro che i precursori delle plusvalenze: quello che per me valeva zero per qualcun altro poteva valere addirittura due.

Te lo do, me li dai.

In quella cantilena senza tempo del "Ce l'ho, ce l'ho, mi manca" che ha accompagnato la crescita di qualsiasi bambino venuto su a pane e calcio. Anzi, a calcio e pane.

Fatto sta che, una volta eliminati i doppioni, non rimaneva che dividerli per squadra per poi andare ad attaccarli seguendo l'ordine alfabetico che proprio l'album proponeva. Il tutto con nell'aria quel profumo che nemmeno il tempo è riuscito mai a cancellare dalla mente di chiunque abbia, almeno una volta nella vita, attaccato una figurina.

Manco a dirlo, rito nel rito, i giocatori della ROMA li tenevo sempre per ultimi quasi per prolungare quel sottile piacere che accompagnava la gioia d'averne trovato almeno uno. E già, perché non mi importava nulla se qualcuno era un doppione: le figurine della squadra della capitale, infatti, non servivano solamente per finire l'album ma, anche, per alimentare il sogno. Perché in quegli anni la ROMA era dappertutto: sul diario, sul banco, sui quaderni, in camera… non c'era posto in cui non ho appicciato qualche calciatore con la maglia giallorossa addosso.

Le figurine della juventus e della lazio, invece, ricevevano trattamento diametralmente opposto: le attaccavo al contrario. Un po' come, ancora oggi, mi diverto a scriverle sempre senza utilizzare la lettera maiuscola.

Al contrario Lei, invece, la scrivo così: ROMA.

Che poi, tornando alla lazio, pure a volerle scambiare quelle figurine valevano poco o niente affollate com'erano di giocatori mediocri: in due, certe volte addirittura in tre. Spalla a spalla perché per la serie B i calciatori venivano raggruppati tipo su autobus nell'ora di punta dedicando, tra l'altro, una figurina singola per foto di squadra.

Due invece, naturalmente, per ognuna di serie A.

Con quegli scudetti d'oro o d'argento belli, bellissimi da vedere ma più difficili da girare. Sì, girare… perché le figurine servivano anche, e molto, per giocare. Leggermente piegate da farle rivoltare senza aiutarsi troppo con il pollice o da lanciare da un tavolo o da un muretto verso il basso cercando di farne atterrare una sulle altre per vincerne il più possibile.

Non ricordo una mattinata a scuola che non cominciava in questo modo.

Così come non ricordo una sola volta in cui mio padre, potendo, non si divertiva ad aiutarmi ad attaccarle. Ecco, forse quella condivisione è un altro dei segreti per i quali le figurine non passeranno mai di moda: la possibilità che regala ai papà, attraverso i loro figli, d'avere una scusa per poter tornare, seppur indirettamente, a collezionarle.

Vi pare poco?.