Di madre serbo-croata e padre italiano, Silvano Martina è nato a Sarajevo, nell'ex Jugoslavia, attualmente Bosnia-Erzegovina. Abitava a cento metri dalla casa del padre di Dzeko: «Con lui ho giocato a calcio, mi tirava sempre in porta. Sono diventato portiere anche grazie a lui». Oggi è l'agente italiano del bosniaco che, sebbene sembrasse destinato all'Inter nel mercato estivo, è stato il vero colpo del mercato della Roma. Perché anche grazie a Martina ha prolungato la sua avventura in giallorosso per altri tre anni: «Dzeko era la prima scelta tecnica della Roma fin da subito in estate - spiega - è stato il giocatore che volevano più di tutti a Trigoria, più di Higuain e di Icardi. Certo, Edin è tra i giocatori più pagati della Serie A, perché è tra i più forti, ma io credo che anche economicamente sia stata l'operazione migliore per la Roma. Le altre sarebbero state un bagno di sangue».

Parliamo di un top player. Anche se è un giocatore diverso, in alcuni colpi e nella regia offensiva qualcuno lo avvicina a Totti. Ci può stare?
«Secondo me sì. Peccato che abbiano giocato pochissimo insieme, con lui avrebbe potuto fare 40 gol a stagione... Credo che dopo Totti sia il più forte giocatore che si è visto a Roma negli ultimi vent'anni. Ma anche Edin mentre firmavamo il contratto dopo Ferragosto ha detto ai dirigenti che si sente più forte adesso che quando è arrivato, perché l'Italia è una sorta di palestra».

Eppure c'è ancora qualcuno che lo discute.
«Ci sono delle partite in cui ti fa un po' incazzare, in cui sembra troppo umorale, ma lui ha grande consapevolezza dei propri mezzi. Il primo anno eravamo a Trigoria, con suo padre, cercavamo di spronarlo a tirare fuori le sue qualità. Lui mi guardò e mi disse: "Li ho visti tutti, gli attaccanti di Serie A, c'è solo uno che è più forte di me: Higuain". Era il momento che come la toccava segnava. Detto in quel momento ho pensato: è impazzito. Ma ha avuto ragione».

Nella Capitale si sta fermando a lungo.
«Lui non voleva mica andar via dalla Roma perché si era stufato di stare a Trigoria. Il fatto era che a 33 anni l'idea di andare in un club che per gli investimenti che sta facendo dà l'impressione di essere più attrezzato per competere e che gioca la Champions League lo ha attirato, specialmente perché nel contempo vedeva che dalla Roma andavano via i giocatori più importanti, o comunque di peso, e si rischiava di fare un campionato ancora una volta sotto tono. Poi ha visto che stanno cercando di mettere su una squadra logica, dai compagni è amato, l'allenatore stravede per lui».

E Petrachi?
«Con lui c'è stato un malinteso, subito dopo quella conferenza stampa (di presentazione del nuovo ds a Trigoria, ndr) Edin era molto arrabbiato. Non so se avrebbe voluto rispondere, ma poi gli è passata e si è messo a lavorare normalmente. Se fosse stato un altro tipo di carattere, alla Ibrahimovic, sarebbe già a Milano da un pezzo. Petrachi mi ha assicurato che le sue parole in conferenza stampa non erano dirette al giocatore, ma al contesto nel quale un club avvicina un giocatore sotto contratto e lo convince. Ha difeso la Roma in quel momento. Ma ho i suoi messaggi di quando ancora non era direttore sportivo della Roma in cui mi diceva che Dzeko era il giocatore che aveva sempre sognato di avere come centravanti. Lo stima a livelli incredibili. Quando gli ho mandato il messaggio per comunicargli dell'apertura di Edin al rinnovo era felicissimo».

Alla fine Dzeko ha risposto sul campo.
«Questa è una cosa bella del calcio, non mi stancherò mai di sottolinearla: i calciatori possono andar via, ma c'è modo e modo, firmano contratti milionari, devono star lì a testa bassa a lavorare. Credo che quello di Dzeko, al di là che sia rimasto alla Roma, sia stato un messaggio positivo per gli altri giocatori».

Dzeko è un giocatore importante e l'Inter (mentre comprava Lukaku) non ha affondato il colpo. Ma alla fine non è da tutti dire di no due volte a Conte. Secondo lei ci è rimasto male?
«Forse la prossima volta che ci incontreremo non mi offrirà il caffè (ride, ndr). Ma è il mercato… Anche se a settembre il valore di Dzeko sarebbe stato del tutto diverso, c'era un prezzo: Edin era sotto contratto, il tempo passava e la Roma non poteva rimanere spiazzata all'ultimo minuto. Piuttosto si sarebbero anche accollati il rischio di perderlo a zero».

Invece il rapporto si è saldato nuovamente e si andrà avanti.
«Io sono sempre dell'idea che quando è contento il giocatore si sia fatto un buon lavoro. Per chi si occupa di mercato avere un giocatore all'Inter o alla Roma ti dà una grande soddisfazione, a prescindere. Lui va di forza e ne ha tantissima, non è il giocatore esplosivo che con gli anni perde velocità, penso che possa rimanere ancora qualche anno a questo livello».

Buffon, Vidic e Dzeko, tra gli altri, sono suoi assistiti. Qual è stato il miglior affare e quale il peggiore della sua carriera?
«Sono molto fatalista, non mi innamoro mai degli affari finché non vengono conclusi e non vado mai in euforia. Li do sempre per persi fino all'ultimo. Devo dire che questo rinnovo di Edin è stato qualcosa di particolare. Dopo Gigi Buffon è stato il contratto più importante che mi è capitato di fare. Un caso curioso è stato quello di Vidic che giocava nella Stella Rossa, l'avevo venduto all'Inter, al Parma, al Palermo, alla Fiorentina, alla fine per un motivo o per l'altro saltavano sempre i contratti. Andò a Mosca allo Spartak e mantenemmo il contatto, mi mandava le cassette. Io le portai al fratello di Ferguson e così finì al Manchester United. Gli affari nascono anche così, casualmente».

Un po' come l'arrivo di Dzeko nella Capitale. Ce lo racconta?
«È una storia divertente. Eravamo in hotel a Milano con Sabatini a prendere un caffè e parlavamo del fatto che lui voleva portare un attaccante di grido alla Roma. Così gli dissi: "Ce l'ho io". Mi chiese chi fosse e io risposi: "Dzeko". Fece una tirata di sigaretta e mi disse: "Chiamalo, lo compro". Devo dire che in passato non credevo che Edin fosse così forte. Gli ho visto fare delle partite enormi, anche il primo anno che lui è stato alla Roma e non ha fatto bene, Walter mi diceva: "Guarda che è di un altro livello". In quel periodo aveva anche praticamente preso Begovic quando era il portiere dello Stoke City, ma alla fine lui rifiutò».

Buffon è stato vicino alla Roma in tre fasi: nel 2001 dopo lo scudetto dell'era Sensi, nel 2006 dopo il Mondiale vinto con gli amici Totti e De Rossi, e nel 2013 agli inizi della proprietà americana.
«Devo dire che la più recente è stata la più concreta. Quando Walter Sabatini è diventato direttore sportivo della Roma lo aveva in mano. A Gigi piaceva moltissimo l'idea, era un contratto importantissimo, del livello di Totti e di De Rossi. Ma Buffon aveva un problema alla schiena che forse condizionò Walter nella scelta. Se avesse affondato il colpo Gigi sarebbe stato il portiere della Roma. Poi a conti fatti la società ha speso comunque tanto per i portieri che ha dovuto comprare. Nel 2001, invece, andai con il padre di Buffon per chiudere, Franco Baldini lo voleva, ma Sensi non se la sentì per i costi dell'operazione. Poco dopo il Barcellona offrì 110 miliardi al Parma e un contratto sontuoso a Buffon, lui invece scelse la Juve e guadagnò un po' meno. Per i giocatori forti è facile fare i contratti. I soldi te li danno, hai mille argomenti da far valere».