Nel corso di una lunga intervista rilasciata a 'Globoesporte.com', Alisson ha parlato della nazionale brasiliana e della Roma. Ecco le sue dichiarazioni:


Ha l'impressione che in passato qualcuno abbia dubitato sulla sua titolarità in Nazionale perché era poco conosciuto?
"Il fatto di non essere tanto conosciuto è dovuto all'ultima stagione, quando ho fatto poche partite nella Roma e in competizioni con meno visibilità. Questo ha generato un po' di sfiducia, ma non dico che mi ha pregiudicato perché non c'è stato alcun danno tecnico o morale. Ho giocato quasi due stagioni nell'Internacional, il 2015 è stato l'anno di maggiore visibilità per me tra Libertadores, campionato brasiliano e Seleçao. Oggi ho l'opportunità di far vededere meglio il mio calcio. In Nazionale non ho molto lavoro da fare perché la squadra gioca un calcio solido. Alcuni mi accusano perché non faccio troppe parate. Sarebbe splendido continuare così! Sarò pronto quando ce ne sarà bisogno".

Le critiche sembrano sparite, sente che ha sconfitto la sfiducia della gente?
Ho superato questo sentimento di sfiducia sin dall'inizio, ho sempre dimostrato di avere le credenziali e di non essere caduto dal cielo nella Seleçao. Sono cresciuto nelle selezioni giovanili. Chi mi conosce non lo fa da oggi. Quando Tite ha vinto la Coppa Sudamericana con l'Internacional nel 2008, io già facevo qualche allenamento con i professionisti. Dopo ci siamo incontrati di nuovo nella Seleçao. Anche Dunga ha lavorato con me nell'Inter. Sto vivendo il miglior momento della mia carriera, molto buono nel campionato italiano. Ci siamo qualificati al primo posto in un gruppo che era considerato impossibile in Champions e io sono riuscito a dare il mio contributo, soprattutto contro l'Atletico Madrid, in una delle migliori partite della mia vita. Sono felice di aver ribaltato lo scenario della passata stagione, di aver voltato pagina e spero di arrivare alla Coppa del Mondo non con un consenso unanime, perché questo è impossibile, ma con l'appoggio della maggior parte della tifoseria, l'affetto e l'appoggio di tutti".

In quella partita, Filipe Luis si è scherzosamente lamentato perché hai parato tutto...
"Filipe è un grande amico, un grande giocatore e un'ottima persona, di grande carattere. Quando è stato sorteggiato il gruppo mi ha chiamato. Mi disse che molti stavano festeggiando, ma che erano capitati nel girone sbagliato perché c'erano solo portieri buoni: Oblak, Courtois e me. Disse che ci sarebbero stati pochi gol".

Ha detto che si è allenato con Tite quasi dieci anni fa. Crede che lui si ricordi di quel periodo e che già la vedeva come un portiere dall'avvenire importante?
"E' una buona domanda per lui. Io ero poco più di un bambino che si allenava con i grandi, non so se si ricorda, ma credo di si. A 16 anni avevo già un buon percorso, ho cominciato a giocare veramente e ad essere convocato nelle giovanili. Ho cominciato il mio percorso e sono sempre stato felice".

Poco prima aveva problemi di peso, è vero? Come ha vissuto queste problematiche?
"Le ho affrontate seriamente perché ho sempre preso sul serio il calcio. Sin da piccolo sognavo in grande e avevo degli obiettivi precisi. Sapevo che dovevo lavorare molto per dimagrire. In una scala da 1 a 5, il mio livello di maturità era a 1 e gli altri erano già a 5. Ho sofferto molto questa differenza fisica. Altri portieri erano più forti. Ma sono cresciuto 17 centimetri in un anno e questo mi ha reso un portiere importante, grande. Ho acquisito forza maggiore, tanto che quando ero tra i giovani mi allenavo nei Juniores e dopo quando ero in età da Juniores mi allenavo tra i professionisti".

Aver lavorato con Dunga nel 2013 è stato improtante affinché ti convocasse in Nazioanle nel 2015?
"Non credo sia stato questo il principale fattore, ma quello che ho fatto io nel 2015, specialmente in Libertadores. Sfortunatamente non abbiamo vinto la coppa. Avevamo una squadra importante e giocavamo un bel calcio, ma siamo stati eliminati dal Tigres. Sicuramente mi ha aiutato aver lavorato con Dunga, il mio esordio c'è stato con lui. Nel 2013 ero il terzo o quarto portiere. Mio fratello, Muriel, era il titolare e poi c'erano Agenor e Lauro. Eravamo già qualificati e lui mi ha voluto provare contro il Cruzeiro-RS per motivarmi. Sono stato eletto migliore in campo e da quel giorno ha avuto fiducia in me. Dopo ho dovuto conquistare quella di Tite".

Hai lavorato con allenatori diversi, ma è stato Abel Braga a renderti titolare.
"Quando c'era lui mi giocavo il posto con Dida, non uno qualsiasi. Ho avuto la fortuna di allenarmi con questo grande uomo, che ha fatto la storia e che è diventato un mio amico che sento anche oggi. Io mi sono sempre imepgnato tanto. Dunga mi ha premiato come terzo portiere, Abel mi ha scelto nel 2014 perché mi allenavo molto forte. Mi ricordo che fu espulso Dida e io giocai una grande partita contro il Fluminense. Vincemmo e lui mi ha confermato anche in seguito. L'anno seguente sono arrivato in nazionale".

Quale messaggio di Dunga ti ha messo più ansia: quello sulla titolarità del 2013 o quello del 2015 per la Seleçao?
"Erano periodi differenti. Non appena diventato professionista, il mio sogno più alla portata era quello di vestire la maglia dell'Inter in una partita ufficiale. E' stato gratificante, una grande responsabilità. Ma quando Dunga mi ha detto che avrei giocato contro il Venezuela, è stato il momento più felice della mia vita da calciatore. Non riuscivo a parlare con nessuno, sono riuscito a chiamare solo mio fratello. Grazie a Dio è andato tutto bene".

E Dunga cosa ti ha detto?
Dunga ha quell'aspetto spavaldo, ma è una grande persona. E' stato un piacere lavorare con lui. Ha una personalità forte, di chi vuole vincere, ma mi ha trasmesso tranquillità. Lo ricordo ancora, lui non ama giri di parole, è obiettivo: "Ho scelto te, fa quello che stai facendo in allenamento, fa del tuo meglio e vedrai che andrà tutto bene". Anche Taffarel mi ha trasmesso tranquillità e anche Jefferson mi ha aiutato molto. Devo levarmi il cappello al suo cospetto, perché era già un portiere affermato, stava perdendo spazio ma mi ha supportato alla grande, ancora ci sentiamo. Avevo 22 anni e non posso dire che la maglia del Brasile non pesi. Pesa molto, ha tanta storia".

Come è Tite?
"Tite lavora molto sui dettagli, si preoccupa di ogni cosa, dentro e fuori dal campo. Gli ingranaggi devono essere sincronizzati. Si prende cura dell'aspetto personale di ogni atleta. Una volta gli ho chiesto se poteva darmi un permesso per problemi familiari. Lui me lo ha concesso e dopo mi ha chiesto se si era risolto tutto. Cura anche l'essere umano, noi abbiamo anche dei sentimenti e stampa e tifosi sono molto esigenti perché siamo una nazionale vincente".

E' difficile vedere gesti eclatanti quando giochi...
"Mi piace molto semplificare le parate. Il calcio è semplice e noi lavoriamo tutti i giorni per rendere le cose più semplici e facili. Alcuni dicono che io non faccio miracoli. Preferisco fare parate più semplici ed essere discreto in campo e fuori. Discreto nei gesti e nelle parate. Preferisco incoraggiare un difensore che sbaglia, senza offendere nessuno. Quando c'è intimità, puoi usare un atteggiamento più forte, ma senza dare colpe a nessuno. Preferisco tirare su un giocatore, è il modo migliore per far crescere la squadra".

Le parate più belle con il Brasile?
"La più significativa è stata contro l'Argentina, al Mineirão, su tiro da fuori area. Stavamo 0-0 e dopo poco abbiamo fatto il gol. Contro l'Uruguay ho parato con il piede un tiro di Suarez. Stavamo 2-2 ed era solo davanti a me. Credo che contro il Paraguay ho fatto le due parate più difficili, una su colpo di testa e una su conclusione dentro l'area piccola".

A metà 2017 ha ricevuto il messaggio di Tite che doveva giocare di più e ora è titolare nella Roma, in lotta per i titoli. La media dei gol subìti, ad esempio, è migliore rispetto a quella di Ederson. E' andato tutto come previsto?
"Stiamo giocando un calcio molto solido. La mia squadra ha cambiato un po' caratteristiche rispetto allo scorso anno, è più equilibrata, gli piace attaccare, ma difende molto bene, con 11 giocatori dietro la linea della palla se necessario. Ho fatto buone partite, aiutando la squadra direttamente. Siamo la terza miglior difesa in Europa. Il City si espone abbastanza. In Europa si considera molto il 'clean sheet'. Io già sono a 12 in Serie A, dobbiamo proseguire su questa strada per riuscire a lottare per lo scudetto".

In Italia ci sono sempre stati grandi portieri: Julio Cesar, Dida e Taffarel sono stati titolari ai Mondiali giocando in Serie A. Sente l'importanza di questo ruolo?
"In Brasile lavoriamo molto sulla espolisvità, la forza nelle gambe, la velocità e l'intensità. Qui si lavora molto per correggere il gesto tecnico e il posizionamento. I miei allenatori chiedono di essere sempre ben posizionati e fare la giocata corretta con i piedi e correre verso la palla. Sono molto dettagliati e mi stanno facendo crescere. Dobbiamo lavorare molto con i piedi. In Europa si gioca molto con il portiere. Spero di entrare nel club di Julio Cesar, Dida e Taffarel che hanno vinto la Coppa. Voglio giocare e vincere questo Mondiale. Nel frattempo mi preparo per tentare di vincere un trofeo con la Roma. Sono venuto per vincere, spero di fare una grande stagione e di arrivare con la batteria carica al 100%".

Ha vissuto la delusione degli italiani per la mancata qualificazione ai Mondiali, come è stato?
"E' stato un momento complicato. Ho visto la partita a Londra, dove c'era un'amichevole con la Seleçao e mi ha colpito molto vedere Buffon piangere, lasciando la nazionale. Questo non offusca la sua storia. Per noi è un avversario in meno, ma io vivo qui e i miei compagni De Rossi, Florenzi, El Shaarawy e Pellegrini hanno vissuto una frustrazione molto grande. Principalmente per De Rossi, perché è molto sanguigno e non gli piace mai perdere. Lui ha sofferto, ma è un campione del mondo, un grande professionista ed è un piacere giocare on lui, come lo è stato con Totti, un'altra leggenda del calcio".

Una curiosità: Ramsés è il cognome o è il suo secondo nome?
"E' un secondo nome, il cognome è Becker, tedesco".

E perché Ramsés? I suoi genitori erano appassionati della storia egiziana?
"Non c'è una ragione precisa. Mio padre voleva chiamarmi Ramsés, mia madre Alisson, quindi lo hanno lasciato come secondo nome. Ma io non lo uso molto perché ogni volta che dico Alisson Ramsés, tutti dicono: "Eh?". Quindi per non spiegarlo dico solo Alisson".

Se avesse vinto suo padre, il portiere della Seleçao ora si chiamrebbe Ramsés...
"Ma io avrei usato solo il cognome (sorride)".