Il Purgatorio calcistico non è poi così male, per informazioni rivolgersi ai romanisti che hanno memoria della stagione 1951/1952. Chiedetegli di quel 22 giugno di sessantasette anni fa e troverete soltanto sorrisi e dolci ricordi. Perché a volte, nel nostro caso una volta soltanto, il Paradiso può essere perso e poi ritrovato nel giro di soli dodici mesi grazie alla determinazione di un gruppo spinto dall'amore di una città che – nelle difficoltà – ha sempre saputo aumentare la forza di un suo abbraccio.
Lo avevano fatto i romanisti a partire da quel 17 giugno del 1951 in cui, dal palco del Teatro Sistina, Renato Rascel aveva fermato la sua rappresentazione per un annuncio unico nel suo genere: «Signore e signori, da questo momento la Roma è in Serie B. Ma la Roma non si discute, si ama. Sempre». Avevano continuato a starle accanto quando, alcuni giorni dopo, avevano deciso di sfilare nel momento di difficoltà portando in prima fila per le vie cittadine uno striscione di rara meraviglia. «La Roma è sempre la prima squadra del mondo», e cosa è importato allora soffrire sui campi della serie cadetta per una stagione.

Perché alle volte, anche se poche, anche il Purgatorio può essere un luogo magico dove l'incubo è destinato a trasformarsi in un sogno e storia da raccontare, romanzare e soprattutto tramandare di generazione in generazione. Una stagione, quella 1951/1952, che aveva visto la tifoseria romanista accorrere in soccorso della Roma in migliaia e migliaia di unità a prescindere da tutto. Dagli allenamenti degli uomini di mister Viani abbelliti dalla presenza di diecimila innamorati, a una lunga serie di trasferte entrate di diritto nella leggenda. Da Piombino a Castellammare, passando per Lucca, Salerno, Valdagno e fino alla Verona che – a distanza di poco più di un anno dalla retrocessione – fu teatro della repentina risalita nel calcio che conta. «Gli atteggiamenti guasconi della tifoseria romanista, che invadeva con cortei chiassosi e scomposti i piccoli centri delle squadre di provincia – si legge nel libro "Forza Roma, daje Lupi" di Marco Impiglia – provocarono il risentimento dei tifosi locali». Un fatece largo culminato nei festeggiamenti di Verona, città casualmente simbolo dell'amore che non conosce ostacoli. Cinquemila romanisti avevano accompagnato la squadra che, partita in aereo dall'aeroporto dell'Urbe con destinazione Venezia, aveva raggiunto il Bentegodi in treno con la certezza l'indomani di trovare alle sue spalle il mai assente popolo giallorosso.

Trentotto giornate in Purgatorio, ventidue vittorie, sette sconfitte e nove pareggi: l'ultimo proprio lo 0-0 che, dall'alto di 53 punti, garantì alla Roma il primato e l'immediato ritorno nel massimo campionato. Si parlò di "Tripudio giallorosso" e mai accostamento linguistico fu più azzeccato: alla stazione Termini, infatti, la rosa romanista fu accolta da un popolo in festa pronto ad omaggiare capitan Tre Re con mazzi di fiori, ad abbracciare l'estremo difensore Albani reduce da una prestazione memorabile e a sollevare da terra Cardarelli per farlo accomodare su spalle larghe e robuste.

Quelle delle centinaia di romanisti arrivati a ridosso dei binari, quelli da cui erano partiti in decine di occasioni per macinare centinaia di chilometri, proprio come gli innamorati son soliti fare: accompagnare e aspettare, aspettare per festeggiare insieme e le bandiere issate in cielo e lo stemma con la lupa e l'acronimo ASR sventolato con la fierezza di chi ha continuato a ballare sotto la pioggia dove altri avrebbero preferito cercare un riparo. «A Verona riportammo la Roma dove le competeva», raccontò molti anni dopo la colonna portante di quella Roma, Arcadio Venturi.

Il 22 giugno di quasi sette decenni or sono, dieci anni dopo la conquista del primo dei tre tricolori della nostra storia, la Roma faceva rientro da Verona insieme al suo popolo per essere abbracciata da esso giunto in massa alla stazione Termini. Erano tornati i giallorossi e, con loro, quella Serie A sfuggita di mano per una sola stagione. Signore e signori, da questo momento la Roma non conoscerà più il Purgatorio. Ma anche se l'avesse conosciuto di nuovo, sarebbe stata amata ancor di più. Sempre di più.