Maledetto tempo
Totti ha unito generazioni diverse di tifosi, che in quel Roma-Genoa si sono fuse e per un padre e un figlio è stata l’ultima partita insieme allo stadio, la chiusura di un cerchio
(GETTY IMAGES)
«Maledetto tempo!», sospirava Francesco quel giorno, ma – pur essendo perfettamente cosciente del significato di quelle due parole, pronunciate dal più grande calciatore della storia romanista – io le ho capite definitivamente sei anni più tardi.
Roma-Genoa, quel Roma-Genoa – quello del suo addio al calcio – è stata l’ultima partita che io abbia visto allo stadio con mio padre. Contravvengo alla più ferrea delle leggi giornalistiche e scrivo in prima persona. È che non saprei raccontare la storia di Francesco Totti senza metterci di mezzo in qualche modo la famiglia, perciò spero che per una volta mi verrà passato lo sgarro.
Quel giorno, in Monte Mario con mio padre, avevamo passato – come tutti i romanisti – l’intero caleidoscopio emotivo: rabbia verso Juric e i suoi, paura di venire beffati nel giorno dell’addio della più grande bandiera, speranza, poi di nuovo delusione, infine una gioia che c’aveva lasciato sudati, elettrici, tachicardici. L’abbraccio al gol di Perotti – quello del 3-2, che valeva la Champions – era stato forsennato, più che altro uno scossone reciproco per sincerarsi di essere svegli, mentre urlavamo vocali a caso. Travolti da uno tsunami emotivo che c’aveva lasciato con le coronarie debilitate.
Quando Francesco rientrò in campo, pronunciò il suo discorso e fece il giro di campo, vidi mio padre piangere a singhiozzi: era la prima volta che assistevo a qualcosa del genere, e mi sarebbe capitato in una sola altra circostanza. Non che io fossi da meno: in quella situazione il più distaccato del mondo aveva quanto meno i lucciconi.
Mio padre era nato romanista. S’era fatto anni di stadio e di Curva, prima che la Sud si unisse nel CUCS: mi raccontava di Ago e di Rocca, giovanissimi, ma soprattutto di Scaratti, Salvori, Bet, Losi, Zigoni, De Sisti. Conservava in una sorta di scrigno i biglietti e gli abbonamenti dell’epoca: una volta mi mostrò il tagliando di Roma-Santos, quella del ’72 in cui Ginulfi parò il rigore a Pelé. Negli anni, complici le circostanze della vita, si era poi allontanato un po’ dal calcio e dalla Roma; paradossalmente, proprio negli anni migliori della nostra storia. Ma intorno alla metà degli Anni 90 s’era ritrovato – non si sa bene come – un figlio romanista: dopo Roma-Slavia, gli chiesi di andare allo stadio, perché sentivo il bisogno di abbracciare la squadra dopo quella partita. Era un Roma-Udinese: Totti – all’epoca diciannovenne – giocò titolare in coppia con Delvecchio; vincemmo 2-1. Dissi a mio padre: «Domenica prossima torniamo?». Lui scoppiò a ridere.
Mio padre è stato romanista due volte in una vita sola, e nella seconda la colpa è in eguale misura mia e di Francesco Totti. Credo che fosse questa la ragione per cui fece di tutto per trovare i biglietti per il 28 maggio 2017. Alla fine ci riuscì, e quando me lo disse era felice come un bambino.
«Maledetto tempo!», diceva Francesco. Quella è stata l’ultima partita che io e mio padre abbiamo visto insieme allo stadio, ma forse va bene così, perché non avrei potuto sceglierne una migliore: quella in cui amore e dolore, tristezza e gioia hanno spazzato via i rispettivi confini, fondendosi in un coacervo di romanismo difficilmente replicabile. Dalla stagione seguente, cominciando a lavorare per Il Romanista, quando sono andato allo stadio, l’ho fatto sempre in tribuna stampa. Lui qualche volta veniva in Monte Mario, ma non era la stessa cosa: non avevamo il seggiolino l’uno accanto all’altro; la mia spalla non toccava la sua. Molte partite ce le siamo viste a casa, soprattutto nel periodo del Covid, ma quel Roma-Genoa è stata l’ultima occasione insieme allo stadio. Mio padre è morto il 17 gennaio 2023, due giorni dopo un Roma-Fiorentina deciso da una doppietta di Dybala. In tempo per godersi Tirana, in tempo per risparmiarsi lo scempio di Budapest.
Ora che non c’è più, vivo la Roma in modo diverso: non meno, non di più. Semplicemente, non c’è più la prima persona che abbracciavo dopo una vittoria, quella con la quale mi sfogavo dopo un risultato deludente, quella che capiva e condivideva le mie “sbroccate”, il mio umore nero dopo un pareggio incassato al 93’ e la mia euforia che durava una settimana dopo una vittoria contro il Brescia. La prima volta che mio padre mi ha portato allo stadio, Francesco Totti aveva 19 anni e cominciava a brillare. L’ultima volta che io e lui siamo tornati in quel luogo insieme, l’uno accanto all’altro, la Sud ha scritto che «Totti è la Roma». Quel Roma-Genoa ci ha insegnato che tutto, prima o poi, finisce. Perché il tempo è davvero maledetto, un tiranno senza pietà che ticchetta inesorabile. C’è soltanto una cosa che ferma quel ticchettio: la memoria dei giorni felici. Quelli in cui Francesco danzava in campo e sugli spalti la mia spalla sfiorava quella di mio padre, seduto al mio fianco.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PRECEDENTE