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Francesco oltre Totti

Una lunga confessione a cuore aperto: nel libro condiviso con Alessandro Alciato, il numero 10 racconta la sua vita del dopo calcio. Alla soglia dei cinquant’anni, che compie oggi

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PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
27 Settembre 2026 - 07:30

Dopo l’addio al calcio Francesco Totti ha rischiato di morire, è stato insultato dai figli, è caduto in depressione, ha sconsigliato Pastore alla Roma quando ha fatto il dirigente e se n’è andato quando ha capito che i suoi pareri non venivano presi in considerazione, poi ha capito che non sarebbe mai tornato alla Roma neanche sotto la gestione Friedkin, eppure ha rischiato di tornarci per volere di Gasperini, ha sperato che a gestire l’emergenza per il Covid-19 fosse Antonio e non Giuseppe Conte, ha sofferto le pene dell’inferno per la morte del padre, ha pensato di lavorare con Malagò al Coni e di tornare in Serie A a 48 anni per giocare agli ordini di Gilardino al Genoa o di Fabregas al Como, ha smesso di fare il procuratore per non raccontare bugie ai genitori dei ragazzi che seguiva e ha spiegato perché con Spalletti il rapporto non è ancora tornato quello di una volta, anche se non dispera di recuperarlo, esattamente come spera di tornare per i figli il papà amato di un tempo, dopo i tormenti di una terribile notte in cui dovette confessare loro di amare una donna diversa dalla loro mamma.

La depressione

C’è tutto questo in un sorprendente libro appena uscito per Cairo Editore, Oltre, scritto da Francesco Totti con Alessandro Alciato, un collega ormai specializzato nelle “autobiografie a quattro mani” con i campioni dello sport. Sorprendente perché diretto e ben scritto, per la sostanziale diversità dall’altro libro “ufficiale” dedicato al 10, Un capitano, la biografia scritta da Paolo Condò che ha raccontato tutta la carriera calcistica di Francesco, e per la spietatezza dei contenuti, soprattutto nei confronti di se stesso. Il libro racconta infatti tutto quello che è accaduto dal giorno in cui Totti ha lasciato il calcio fino a oggi. Senza tralasciare alcun aspetto. Partendo dalle sue 4 certezze, che per Francesco hanno 4 nomi: Cristian, Chanel, Isabel e Noemi, i suoi tre figli e l’attuale compagna.

La prima fase dopo l’addio al calcio è stata la più dura da sopportare per lui, per la depressione che lo stava attanagliando: “Andavo di televisione. Guardavo i match di Roger Federer e di Rafa Nadal, e speravo sempre che andassero al quinto set, così avrei prolungato la mia agonia, non avrei dovuto concentrarmi su altro. Seguivo la NBA – adoro la NBA –, tifavo per LeBron James. Davo una sbirciatina alle partite della Roma. Cinque dita e un telecomando, anatomia di una mano. Ma tutto ciò che vedevo, entrava da una parte e usciva dall’altra, dentro restava poco, ero solo un contenitore di passaggio. Un colabrodo. Avvertivo il vuoto. Un vuoto pericoloso. Un disagio mai provato prima. Non stavo bene, non mi andava neppure di uscire, di vedere gente. Ero spento, irriconoscibile, io di solito sono un cazzaro, come dicono a Roma, uno divertente. I sintomi assomigliavano molto a quelli della depressione, un malessere evidente”.

“Ma sei sempre contro la Roma?”

Per via dell’accordo contrattuale sottoscritto ai tempi di Sensi, Francesco ebbe accesso alla sua prima esperienza da dirigente, nel corso del quale però non riuscì mai a trovare la necessaria stabilità professionale. Per sintetizzare il suo disagio racconta l’episodio dell’acquisto di Javier Pastore, deciso dai dirigenti a dispetto del suo parere negativo, legato evidentemente non al valore assoluto del giocatore ma alla sua collocazione tattica nel 433 di Di Francesco: “Non ho nulla contro Pastore. Ma con il sistema di gioco di Di Francesco non c’entra niente. In questo momento dove lo metti nel 4-3-3? Con le gambe che si ritrova non può fare l’esterno, non ha abbastanza forza. Se serve l’uomo per l’ultimo passaggio, okay, ci siamo, ma si deve cambiare il sistema. Servono il 4-2-3-1 o il 4-3-1-2». Baldissoni è sbottato: «Vedi sempre problemi, Francesco, sei sempre contro». «Contro la Roma? Io?». Non sapevo se ridere o piangere”. La sua schiettezza, insomma, non venne apprezzata. Un po’ quello che accadde nel suo ruolo da procuratore, avventura che cominciò dopo aver lasciato la Roma. I genitori dei ragazzi di cui assumeva la procura volevano sentirsi dire che i propri figli erano fenomeni, ma non lo erano, e Francesco faticava a rapportarsi. E così tornò sul divano...

I no a Fabregas e a Gilardino

Rimuginando sul suo ultimo anno da calciatore, e giocando a calciotto in una Lega ufficiale, a Francesco venne l’idea di tornare a giocare tra i professionisti, quando aveva ormai varcato la soglia dei 48 anni. Lo disse, per scherzo, a qualche giornalista, ma lo chiamarono seriamente il Genoa e, per conto del Como, un intermediario. Per quanto potesse sembrare folle, l’idea solleticò Francesco che prese ad allenarsi come ai tempi della Roma. Ma come ai tempi della Roma, quando Sensi lo dissuase dall’accettare la corte del Real Madrid con l’ormai famoso “Ma ndo cazzo vai?”, Francesco lo disse a se stesso: “Prima di Roma, solo Roma. Dopo Roma, sempre e solo Roma. D’altronde, mica la chiamano Città Eterna per caso. Ho ringraziato, ho detto no”. Nel libro Totti racconta anche il suo rapporto con la morte, raccontando della scomparsa del suo amico Sinisa Mihajlovic, che lo avrebbe voluto al Torino subito dopo l’addio alla Roma, e della dolorossima dipartita di papà Enzo, lo Sceriffo, portato via dal Covid. E per un assurdo transfer, è stato poi Francesco ad ammalarsi dello stesso virus, tanto gravemente da essere ricoverato d’urgenza al Campus Biomedico, con la saturazione a 88. A salvarlo, dopo il rientro a casa, il medico di Berlusconi, Zangrillo, intanto con un consiglio preziosissimo: di dormire col petto sulle lenzuola e le braccia larghe: “Mi sono sentito rinascere, la febbre è diminuita e poi sparita, la saturazione è risalita fino a 99, cioè tornando a livelli normali. Zangrillo, coadiuvato da un’équipe medica romana che mi teneva sotto osservazione a casa, mi ha salvato. In totale, al netto della giornata trascorsa per controlli al Campus Bio-Medico, sono stato a letto quasi un mese. Ancora oggi, non riesco a respirare bene come una volta”.

La maglia numero 10 e Dybala

Si è favoleggiato in questi giorni, nelle sbocconcellate anticipazioni del libro, di una sua presunta ostilità a Dybala sull’assegnazione della maglia numero 10 all’argentino quando fu acquistato dalla Roma. Totti non ha ovviamente avuto mai nulla contro Paulo, ma non condivideva l’idea di dargli la maglia numero dieci e soprattutto che a consegnargliela ufficialmente dovesse essere proprio lui: “Voglio essere molto chiaro: la maglia numero 10 della Roma, io, non la ritirerei mai in via definitiva, sarebbe come negare un meraviglioso sogno ai bambini. Ogni giorno spero si manifesti un altro Totti. Uno nato a Roma, cresciuto a Roma, che scelga la Roma per la vita, per l’eternità. Discorso diverso sarebbe assegnare quella divisa a qualcuno che arriva dall’altra parte del mondo, che resta per un periodo limitato e poi va via. È un simbolo troppo importante e significativo, che va affidato solo a chi nella Roma, almeno potenzialmente, può giocare per quindici o vent’anni”.

La chat “La Banda del Nano”

Al rapporto non ancora pienamente recuperato con Spalletti dedica diverse pagine del libro, raccontando anche l’iniziativa assunta dall’allenatore di formare una chat: “Si chiamava La Banda del Nano, dove il nano era David Pizarro, presente nella chat, e gli altri partecipanti Daniele De Rossi, Damiano Tommasi, che adesso è il sindaco di Verona, Marco Cassetti, Diego Perotti, Simone Perrotta, Max Tonetto, cioè tutta la vecchia guardia della Roma, oltre a Marco Domenichini, detto Scortichino”. E nella chat ovviamente sono abbondati i commenti dopo la realizzazione dello spot insieme, che li ha fatti sicuramente ravvicinare di più dell’abbraccio un po’ forzato quel giorno al Bambin Gesù. E a proposito di allenatori racconta ovviamente della cena con Gasperini, organizzata da Candela, nel corso della quale il tecnico avrebbe espresso l’auspicio di vederlo con lui alla Roma. C’è infine tutta la parte finale dedicata alla famiglia, ma nella quale riteniamo giusto non entrare su un giornale come questo, perché tocca corde molto private che Il Romanista non ha mai voluto neanche sfiorare scrivendo dei propri campioni. Chi vuole può leggersele nel libro. Auguri di buon compleanno capitano, e sempre grazie di tutto.

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