È la Palestrina di Lulli: dove il viaggio è iniziato
Tota, D’Acuti e Versari raccontano Emanuele a Il Romanista: «Era un predestinato»
(GETTY IMAGES)
Se pure uno come Malen rassicura sulla bontà calcistica di Emanuele Lulli, allora ci si può fidare. «È un giocatore fantastico», aveva detto Donyell dopo Lecce. Parole che fanno eco a tutti i complimenti giunti sin dal luogo in cui tutto è iniziato: quella Palestrina (di nome e di fatto!) culla dei sogni di un ragazzino coi grandi miti in testa e la voglia matta di inseguire quel pallone. Così, in un caldo pomeriggio di inizio settembre, abbiamo incontrato tre vecchi punti di riferimento del classe 2007 proprio davanti al punto di partenza del suo giro veloce: il Centro Sportivo Antonio Sbardella.
«Dai “Dannati” alla Serie A»
Le porte sono chiuse, fuori c’è un largo spazio di fronte all’insegna arancio-verde. Prende parola Roberto Tota, ex responsabile della scuola calcio Palestrina e oggi alla Lodigiani: «L’emozione è enorme. Un pomeriggio d’estate ho acceso la tv per vedere Dortmund-Roma, poi ho visto Lulli tra i titolari... Un colpo al cuore! È partito da qui, dove giocava coi “Dannati”». Si tratta di un gruppo mitico, dai memorabili risultati (come il 6-1 alla Lazio o un torneo concluso a L’Aquila con 40 gol segnati). Quando Emanuele ha 7 anni, Tota lo introduce nell’ambiente. Prima che vada alla scuola calcio della Roma, torni indietro e poi approdi alla Tor Tre Teste e nel 2021, definitivamente, in giallorosso. Diventa il “Sindaco”, così soprannominato per via della sua leadership. «Tornando da noi, si è rimesso in gioco e ha vinto. In quel periodo, un’altra società professionistica importante lo visionò senza prenderlo. Ma non si è abbattuto, ha sconfessato tutti e ha vinto lui». Nei tornei è sempre il migliore, prima e dopo il primo periodo romanista. Lo dice Tota con la soddisfazione dipinta sul volto. «E dopo quella parentesi, vincemmo contro la Roma proprio grazie a un suo gol». Un cerchio che si chiude? No, piuttosto che si apre. Il destino, a volte, sa essere davvero curioso.
«Una gran testa»
Anche Stefano D’Acuti, suo ex allenatore, lo ha visto sul campo e lo ha plasmato. Ci tiene a far sapere che lo ha sempre considerato un predestinato: «Qui era un esempio, a livello caratteriale, soprattutto». A Palestrina solo un anno insieme. Quanto basta per capirlo: «Era un leader su tutto: a 10 anni “insegnava” al suo allenatore come stare in campo. Durante gli allenamenti, lo marcavo come un vero e proprio giocatore!». Il racconto svela un atteggiamento non comune per un bambino di quell’età. E poi, come detto più volte, c’è l’aspetto mentale: «Negli spogliatoi era molto timido, dentro al campo si trasformava: tutti lo seguivano». E ancora: «Dava sempre la soluzione al compagno, con lui era facile per tutti». A D’Acuti, si aggiunge la vivacità degli occhi di Versari, altro vecchio tecnico visibilmente emozionato: «Capiva subito le cose e non è mai cambiato. Partire dalla provincia e arrivare lì è difficile, significa che ha una gran testa. La famiglia è stata importantissima nel suo percorso. Sul campo poteva fare tutto, centrale o centrocampista. E se c’era qualcuno che non era molto bravo, gli chiedevamo di farlo segnare per dargli fiducia».
Una chance per la gloria
Ora che c’è un Gasp in più, Lulli può dare gas. Tota ne è sicuro: «Per me ha il migliore allenatore italiano che possa avere. Gian Piero punta su personalità, gamba, forza e serietà. Io lo vedo come uno dei giocatori di fascia che il mister ha avuto all’Atalanta, come Gosens e Hateboer». D’Acuti va oltre. Guarda con speranza al futuro, non senza evidenziare qualche piccola carenza. «Sulla fascia deve responsabilizzarsi e ha bisogno dimigliorare un po’ in fase difensiva. Per me, e voglio allargarmi, nel 2030 va con la Nazionale ai Mondiali. C’è da fare qualcosa per l’Italia e avrà le sue possibilità». A chiudere, l’augurio più grande: «Io spero che diventi un nuovo Candela. Ha tutto per poterlo fare». Non uno a caso. Stesso ruolo, fascia opposta. E chissà, magari lo stesso carisma. Starà a Emanuele dimostrarlo. Nel segno di quelle giornate su quel campo, a sognare (anche) i 60mila dell’Olimpico.
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