ASR Top 11 #6 - Le promesse disattese: i giocatori della Roma che hanno deluso
Arrivati con le stimmate dei campioni o dei talenti di sicuro avvenire. Hanno tradito le aspettative per infortuni, mancato ambientamento, fase sbagliata della carriera
Premessa indispensabile: quello che vi proponiamo è soltanto un gioco, senza alcuna pretesa assolutistica. Vogliamo semplicemente creare tante (doppie) formazioni ideali divise per categorie, con qualche licenza tattica, pescando quanto più possibile nei 99 anni di storia della Roma (va da sé che alcuni faranno parte di più squadre, ad esempio Totti non può non essere nella top 11 dei romani e in quella dei fenomeni). L'intento è di rendere omaggio alla grandezza del Club e alle peculiarità che lo distinguono da tutti gli altri. I soli 22 giocatori individuati di volta in volta necessariamente ne terranno fuori molti altrettanto meritevoli, ma le scelte sono soggettive e di conseguenza emendabili. Mandateci le vostre al numero Whatsapp 351-3939337, scrivendo all'inizio del messaggio "ASR TOP 11 - Delusioni col senno di poi".
Più che le scelte in sé, a volte sono i momenti a indirizzare le esperienze. E così capita che a grandi premesse non corrispondano effetti altrettanto importanti. Il calcio brulica - a ogni latitudine - di giocatori arrivati con curricula di altissimo profilo e poi rivelatisi delusioni cocenti. Per mancato inserimento ambientale o tattico, per guai fisici o semplicemente perché la fase apicale della carriera non era quella. La Roma ovviamente non fa eccezione e soprattutto nella seconda parte dei suoi cent'anni circa ha dovuto affrontare realtà che non corrispondevano alle attese. Per dirla con uno slogan tanto abusato: è la famosa differenza fra le figurine e il responso del campo.
In ogni ruolo, a partire dalla porta. Negli Anni 90 si guardano in tv più highlights che partite e nei primi Lorieri sembra quasi una reincarnazione italiana di Jascin: parate a raffica, anche in stile plastico. Arrivato nella Capitale però si intuisce subito che le prodezze reiterate non possono essere confermate quando le occasioni avversarie si riducono e di molto. Più o meno lo stesso accade per Pelizzoli nel post-Scudetto: benino all'inizio della stagione d'esordio, soprattutto grazie alla superdifesa capelliana, male dopo. Nel reparto arretrato il mercato ha sempre dato ottimi frutti, ma a volte proprio i campioni conclamati non confermano le proprie capacità: da Vermaelen a Kuffour, da Heinze al più recente Hummels. Tutti reduci da carriere gigantesche, ma forse arrivati tardi. Svuotato è sicuramente Ashley Cole, fuori fase Cicinho (nonostante l'accoglienza da top player) e soprattutto Peres. A inizio Anni 80 Marangon arriva insieme con Nela: entrambi talenti fulgidi, Sebino non soltanto su carta.
Dalla cintola in su le cose cambiano, almeno per quanto riguarda le motivazioni delle cattive riuscite. Quando Boskov sceglie Mihajlovic per il suo centrocampo, il serbo è e astro nascente del calcio europeo e già vincitore di una Coppa Campioni, ma in giallorosso non decolla, salvo poi reinventarsi con ottimi risultati da difensore in blucerchiato e anche altrove. Sanches e Pastore sono talenti indiscutibili ma già rotti in partenza. L'argentino si limita a qualche gol di pregevole fattura. Il portoghese nemmeno a quello. Wijnaldum arriva sanissimo, ma va ko in ritiro e non si riprende più. Nzonzi è troppo lento per il nostro calcio. Baptista ha mezzi fisici pazzeschi, ma tatticamente si mostra spaesato. Davanti se possibile l'amaro si acuisce: Mido passa senza lasciare tracce; Iturbe fa poco di più (ma di gran valore, in un derby epico); Schick resta agli annali più per il costo del cartellino che per le gesta tecniche; Bojan evapora dopo i fasti catalani. Ma le delusioni più forti riguardano Caniggia (Coppa Italia a parte) e Renato Portaluppi. Arrivati come campioni, andati via senza lasciare rimpianti.
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