AS Roma

17 giugno 2001: 25 anni dopo quell'inno alla gioia

Lo Scudetto fu l’equazione perfetta. Proprietà, tecnico, squadra: tutti si rivelarono campioni

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Lorenzo Latini
17 Giugno 2026 - 08:27

Francesco Totti. Gabriel Batistuta. Vincenzo Montella. Walter Samuel. Cafu. Vincent Candela. Fabio Capello. Franco Sensi, ovviamente. Sono solo alcune delle ragioni per cui, ormai venticinque anni fa, la Roma è riuscita a sovvertire l’ordine naturale delle cose, vincendo il terzo Scudetto della sua storia, l’ultimo fino a oggi. Campioni, o nel peggiore dei casi ottimi calciatori, guidati da un grandissimo tecnico, capace di tenere la barra dritta anche nei momenti di difficoltà o di eccessiva euforia; il tutto, sotto l’egida di un Presidente innamorato e pronto a tutto pur di riportare il tricolore nella vera Roma, dopo un’estate – quella del 2000 – dolorosa per tutti i romanisti. Ma, già dal 6 giugno di quell’anno, Sensi e la Roma posero le basi del trionfo: la presentazione di Gabriel Batistuta all’Olimpico, davanti a una Curva Sud stracolma nonostante il caldo atroce, è il primo tassello. Al quale furono aggiunti Samuel ed Emerson, ma anche gregari come Zebina e Guigou e un uomo-spogliatoio come Balbo. Si è vinto creando un gruppo forte, di leader tecnici e caratteriali: un gruppo capace di ricevere una forte contestazione già a inizio stagione per l’uscita dalla Coppa Italia, senza per questo darsi per vinto. Società forte, tecnico forte, calciatori forti: per vincere (quanto meno dalle nostre parti, dove di aiuti non ne arrivano) serve questo. È stato così nel 1942, è stato così negli Anni 80 ed è stato così nel 2001. 

Negli ultimi 25 anni ci siamo andati vicini altre volte, salvo poi arrenderci alla sfortuna, o al merito altrui, o a un nostro harakiri (vedi Roma-Sampdoria del 25 aprile 2010): Spalletti e Ranieri se la sono vista con l’Inter che dominava l’Italia calcistica (e non solo) e non mancava di qualche aiutino nel momento del bisogno, Rudi Garcia con la Juventus dei nove Scudetti di fila. In tutti i casi, però, abbiamo potuto competere per la vetta per il solito motivo: perché avevamo una squadra forte (o fortissima), allenata sapientemente da un ottimo tecnico. Non è una formula matematica per la vittoria, ma di certo non esiste vittoria romanista che non abbia avuto questa formula.

La Roma non ha più vinto lo Scudetto negli ultimi 25 anni perché non ha più avuto un tridente Totti-Montella-Batistuta allenato da Capello, per capirci. E, quando ha avuto Nainggolan, De Rossi, Dzeko e Salah ha trovato il tecnico giusto soltanto a metà stagione, perché l’altro aveva ormai fatto il suo tempo. Quando ha avuto Juan, Mexes, Pizarro, Totti e Vucinic, gli altri avevano Maicon, Cambiasso, Adriano, Ibrahimovic e Mourinho. A proposito: quando lo “Special One” è venuto da noi, ha vinto un trofeo europeo (e uno gli è stato rubato) con una squadra forte, ma neppure lontanamente avvicinabile a quella del 2001. Quella fu la perfetta alchimia, l’incastro di ogni ingranaggio al posto giusto, il provvidenziale allineamento di tutti i pianeti calcistici. Quella squadra vinse a Parma in nove minuti, dopo aver sbagliato un rigore ed essere andata sotto. Quella squadra fu raggiunta al 94’ nel derby e la settimana dopo si trovò sotto 2-0 dopo 6’ contro la Juve a Torino, ma riuscì a pareggiare e a cucirsi mezzo tricolore sulla maglia. Quella squadra aveva qualità da vendere, ma anche coraggio e personalità a dismisura, in ogni sua componente. Aldair, Zago, Delvecchio, Di Francesco, Assunçao, Cristiano Zanetti: anche quelli che a malapena videro il campo, erano dei leader nati. Tutti, tutti, tutti funzionali alla squadra e focalizzati su un solo obiettivo: riportare lo Scudetto a Roma, sulle maglie della Roma.

Non c’è altra maniera per tornare a vivere emozioni di quel tipo: emozioni lontane nel tempo, ma ancora vivissime nel ricordo. La limpidezza di quel 17 giugno vince ogni limite tecnologico relativo alle riprese dell’epoca, e traccia la strada da seguire per riuscirci di nuovo. Impossibile sapere quando finalmente potremo tornare a intonare il coro «Siamo noi, siamo noi… I campioni dell’Italia siamo noi»; di certo abbiamo un grandissimo tecnico e una squadra forte, ma ancora migliorabile. La Roma, nel 1999-2000, arrivò sesta: mettendo dentro tre campioni e qualche altro gregario di livello, dominò il campionato che all’epoca era il migliore al mondo. È passato un quarto di secolo e non c’è niente di più temibile di un lupo affamato.

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