AS Roma

AUDIO - Perinetti: "La Roma pecca nella comunicazione. La figura del ds è molto cambiata"

Le parole a Radio Romanista: "Sorpreso dalla diatriba Gasperini-Ranieri. Difficile parlare di programmazione quando si cambiano 12 allenatori all'anno in Serie A"

PUBBLICATO DA La Redazione
30 Maggio 2026 - 16:44

Intervenuto sulle frequenze di Radio Romanista, Giorgio Perinetti ha toccato diversi temi dell'universo Roma. Dal direttore sportivo alla proprietà, di seguito le dichiarazioni dell'ex direttore.

Massara ha ufficialmente salutato, la Roma è pronta ad accogliere Tony D'Amico. È il terzo ds in 3 anni.

"Sono cambiati anche gli allenatori nel frattempo. Diciamo che c'è un certo nella strutta tecnica della Roma, è un qualcosa di abbastanza di rituale nel nostro calcio. Si cambiano tantissimi allenatori ogni stagione, il mercato si è allargato anche ai direttori sportivi. Il calcio è sempre più dinamico, la parola progetto e programmazione sono abusate. C'è una continua trasformazione, fa parte del calcio di questo momento".

Lei è d'accordo con il disegno del direttore sportivo fatto da Gasperini? Una figura in simbiosi con l'allenatore... Ci sono delle scuole di pensiero diverse.

"Diciamo che il direttore sportivo prima era una specie di direttore commerciale. Prima bisognava creare il sostentamento per la società attraverso le plusvalenze. Oggi è tutto cambiato, la figura non può essere di accentratore unico dell'area sportiva. Le squadre si costruiscono insieme all'allenatore, anche per dare responsabilità. Ci vuole simbiosi, collaborazione, ma è anche vero che noi come italiani abbiamo esportato la figura del ds nelle altre nazioni. Non esisteva. Esisteva il manager all'inglese, che costruiva la squadra e poi l'allenava, noi invece abbiamo esportato la figura del direttore sportivo. In tutta Europa c'è ora la figura del ds, compreso in Inghilterra, dove sono andati Baldini, Paratici... ora c'è un certo equilibrio, ovviamente invaso sempre di più da figure presidenziali che, soprattutto alcune, vogliono mettere becco anche nel reparto sportivo. Ma i costi si sono così dilatati che le proprietà vogliono capire bene tutti i movimenti".

La Roma continua a viaggiare con una situazione societaria strana. Prima c'erano Massara e Ranieri, adesso ci sarà D'Amico. Ma resta sempre un vuoto... lei che idea ha di una società che lavora senza un'organigramma definito?

"Non mi permetto di dare giudizi, ma mi sorprende motlo questo modo di agire. Non c'è comunicazione. Tanti dubbi potrebbero essere sollevati da una maggiore chiarezza, la proprietà è giusto che faccia pochi interventi o che li faccia nel momento del bisogno... ma ci dovrebbe essere più comunicazione. A parte i comunicati per annunciare o salutare dirigenti o giocatori, non mi sembra ci sia molta comunicazione. Anche per aiutare in qualche modo l'allenatore. Altrimenti si riduce tutto a dover far fare la comunicazione all'allenatore, che non può "accollarsi" anche la comunicazione della società. È una cosa che mi sorprende un po'".

Sembra evidente ormai che ci sia una volontà nel NON comunicare, nel non far sapere nulla neppure nei movimenti.

"Questo l'ho compreso, è una scelta. Ma sinceramente non è facile condividerla, non sapendo il motivo di questa scelta. Ho sempre pensato che la comunicazione oggi sia basilare, aiuta a non avere frizioni con l'ambiente. Così invece ognuno si fa un'idea, ognuno parla di qualcosa senza sapere esattamente le cose. Sicuramente sarà una scelta fondata, ma mi sorprende".

Lei ha conosciuto bene Ranieri, come lo definisce? È più duro o morbido di come appare?

"Ranieri lo descrivo con una parola: equilibrio. L'ho conosciuto quando faceva il calciatore, poi l'ho ritrovato al Napoli, dove ho lavorato con Maradona, ho lasciato un giovane Ranieri allenatore del Napoli. Una persona equilibrata e discreta nel dire e nel fare le cose, l'ho sempre conosciuto così. L'ultima diatriba con Gasperini mi ha colpito, sicuramente la tempistica delle parole non è stata la migliore, ma vedere Ranieri così mi ha sorpreso. Infatti pensavo che fosse un'espressione della società. Dal punto di vista del momento è stato fuori luogo, sui contenuti non so se fossero condivisi con la proprietà. Poi la proprietà ha scelto Gasperini per dare continuità al progetto e anche perché il pubblico aveva sposato la linea di Gasperini. Ognuno avrà la sua verità".

Ha citato Maradona, non possiamo non chiederle del momento in cui ha dovuto comunicargli la squalifica...

"È la peggior cosa che ho dovuto fare nella mia vita progessionale. Dover dire al giocatore più forte di tutti i tempi, sicuramente dell'epoca, che avrebbe dovuto fermarsi anche solo per qualche tempo non è stato facile. Lui era incredulo, si è ammutolito, una scena molto triste. È stato difficile dover dire a un uomo che riempiva gli stadi di tutto il mondo, che non avrebbe più potuto nemmeno entrare in uno stadio. Era un fenomeno come calciatore, una persona aperta, che difendeva i suoi compagni e soprattutto il popolo di Napoli. Era un uomo costretto a una vita difficile, non poteva fare neppure una passeggiata in centro. Era obbligato a una vita riservata quando lui invece era il contrario".

Sarebbe ancora possibile nel calcio moderno essere così anarchici e forti nello stesso tempo?

"Il tempo passa. Oggi sarebbe più facile anche per Maradona affrontare meglio determinate tematiche. C'è più comunicazione e più rispetto delle fragilità, al tempo erano difficili da gestire certe cose".

Del terremoto di panchine in Serie A cosa pensa?

"Come dicevo, è un calcio diventato dinamico e veloce. Quando vedo che in Serie A, non in Serie C, ma in Serie A, si cambiano allenatori in continuazione... mi viene da dire non parlate di programmazione! Ogni anno si cambiano allenatori, direttori... per questo è meglio non abusare di questi termini come progetto e programmazione".

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