Finché la barca Vaz
Dai dubbi e le preoccupazioni iniziali, addolcite dal Muric di Torino, al sostegno di una squadra in difficoltà ma volenterosa. E il “bambino” di Gasp provvidenziale
(GETTY IMAGES)
Una conseguenza positiva, la sconfitta di giovedì, l’ha avuta: alcuni amici, di cui aveva perso completamente le tracce dopo che il Bodo, qui all’Olimpico, li aveva fatti illudere, si sono fatti finalmente vivi. Non vi nascondo che ero in pensiero per loro, perché era quasi un anno che non ne avevo notizie. Ma stanno bene. E questa è una buona notizia.
Andiamo oltre. Che sabato sera si sia aperto uno spiraglio, sia pure piccolo, nel buio più profondo, tutti ce ne siamo accorti. Il merito va attribuito a Muric, giocatore di cui la maggior parte di noi, fino all’87 di un apparentemente scontato Juventus – Sassuolo, sconosceva l’esistenza. Ma Muric, lo sconosciuto, si è fatto carico di ridarci una minima speranza. Perché bella la Champions, bello il quarto posto, bello tutto, ma noi saremmo anche felici di rigiocarcela, l’anno prossimo, l’Europa League. Perché «quella è una coppa che puoi vincere», mentre «la Champions ti pone solo il dubbio di quando esci. Perché, che esci, lo sai da subito». Ed è forse anche per questo che quell’aggancio alla Juventus al quinto posto ha trovato cittadinanza in tutte le chat. Quando, quindi, nella situazione data, domenica pomeriggio, verso le cinque, indossavo il casco e prendevo la Vespa, mi rendevo conto di approssimarmi verso l’Olimpico con uno spirito lievemente migliore rispetto a quando, giovedì, avevo fatto, a ritroso, il percorso che mi divideva dal seggiolino al parcheggio. Ma quel lievemente, su cui facevo leva per trovare una qualche convinzione, si spegneva come fiammella di candela in riva al mare non appena aprivo una chat sul mio telefonino. Lì leggevo un messaggio, di un mio fraterno amico che, con nome di fantasia, chiamerò Gabriele, che, per dovere di cronaca, Vi riporto fedelmente: «Il Bologna ha perso in casa con la Lazio. Non mi devo … («alterare», ndr). Il Bologna ha perso in casa con la Lazio. Non mi devo …». Il tutto ripetuto non so quante volte. Ora, la mia preoccupazione, a quel punto, non era tanto che Gabriele si fosse trasformato in Jack Torrance, con tutte le immaginabili conseguenze, ma che questo clima di disappunto lo ritrovassi, pari pari, in Tevere. Perché la Roma, in questo momento, per sprofondare ha bisogno solo che tutti noi restiamo fermi sulla mattonella di giovedì sera, non riuscendo ad andare oltre. E che su quella mattonella ci stessimo ancora, con la difficoltà di comprendere come sia necessario mettersi tutto alle spalle, me ne rendevo conto una volta arrivato all’Obelisco. Lì, nella solita ammucchiata - che, con espressione convenzionale, provo a chiamare «fila» - due
giovani tifosi, appiccicati a me, sollevavano una questione non di poco conto.
Il primo, difatti, rivolgendosi al secondo, lasciava galleggiare un nome ed una domanda: «Zaragoza?». Il secondo, evidentemente infastidito dal sentirne pronunciare il nome, rilanciava: «Non me lo nominà nemmeno …». E l’altro, a quel punto dando atto di una profondità di ragionamento non da fila ai tornelli, spiegava meglio: «No, lui fa il calciatore. Lui non ha responsabilità. Tu, però, mi devi dire: se è arrivato a Trigoria, qualcuno l’avrà visionato; qualcun altro, scelto; qualcun altro, ancora, avrà approvato quella scelta.
Il problema, quindi, non è Zaragoza, che, magari, oggi entra e segna, ma qualcosa che non funziona nella società. Di cui nessuno si prende le colpe». Lo sconforto, a quel punto, si impadroniva di me, e non veniva meno una volta che, preso il mio posto, assistevo al «lancio» della nostra formazione da parte dello speaker, più preoccupato a «chiudere» il rosario della formazione che a sollecitare entusiasmo. E come non dargli torto.
Poi, ovviamente, la partita iniziava e, a darci coraggio, era soprattutto il Lecce che, in tutto il primo tempo, faceva ben poco. Noi, al di là di un possesso di palla infinito, non è che facessimo molto di più. Però, Pisilli, almeno, segnava; Malen giocava, lì davanti, da solo; Pellegrini era lucido; dietro, più tranquilli del solito. Poi, però, all’ultimo minuto, ci mancava davvero poco, perché stavamo facendo di tutto per fare segnare il Lecce. E, se fosse accaduto, in quell’intervallo sarebbe stato un attimo dedicare tutto il tempo a provare ad individuare il prossimo allenatore della Roma. Fortunatamente, però, nulla accadeva ed il secondo tempo si apriva con la partita ancora sullo zero a zero. Che, detta così, sapendo che l’avversario non è che fosse proprio il City di Guardiola, può sembrare una provocazione. E, invece, no, come mi ricordava un seggiolino a me prossimo, che, lucidamente, evidenziava una grande verità: «siamo convalescenti: l’importante è non prendere gol; poi, uno, vedrai che glielo facciamo».
E, quando Vaz, il calciatore più picchiato del mondo in tutta la partita, iniziava a diventare un punto di riferimento per i compagni, lasciando respiro a Malen («Secondo me dovrebbe convincersi che è meglio giocare con due punte»), la profezia si avverava. E, da quel momento in poi, il piano si inclinava tutto a nostro favore: entravano i «bambini» («Per me è Gasperini che vuole mandare l’ennesimo messaggio alla società»); Hermoso, che tanto aveva fatto per consentire a Vaz di correre sotto la Sud, diventava l’uomo della provvidenza («L’avevo vista dentro …»); i minuti di recupero scorrevano lenti ma, per una volta, senza darci altre amarezze («Stavo qui a aspettà che ce segnavano pure ‘sta vorta…»).
A quel punto riecheggiava dagli altoparlanti «Grazie Roma» (staccata: «me pensavo che s’erano persi er disco …») e le scale venivano percorse, questa volta, senza fretta, senza gioia, senza troppe speranze. Ma con una sola domanda, che iniziava a farsi largo, qui e lì: «Pensa se, per caso, a Pasqua annamo a vince a San Siro?». A cui nessuno, però dava riscontro. Perché, dopo quanto visto in questo Roma – Lecce, la risposta da dare sarebbe stata facile facile. Ma perché rovinarci anche questi giorni che ci dividono dalla Pasqua?
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