«Ma quanno ce arivi»
Prima lo spettacolo dell’Olimpico, poi una serata stregata. Il brutto primo tempo («Non ci siamo»), poi l’eliminazione e la disillusione per ciò che ci resta
(GETTY IMAGES)
Un mio amico, prima della partita, mentre ero intento a raggiungere lo Stadio, mi ha inviato un vocale. Più che un vocale, in verità, un podcast, perché durava oltre tre minuti. La sintesi, su per giù (vi risparmio il resto), era: «Perdere contro l’Aston Villa o, ti dico di più, a Istanbul, sarebbe un dispiacere; uscire stasera sarebbe molto di più: sarebbe un fallimento». Quindi, mentre riflettevo su questa tetra ma ragionata osservazione, provavo a pensare cosa sarebbe potuto essere. Una qualche preoccupazione, va detto, si faceva largo, pensando a come la nostra stagione, dal gol di Gatti in poi, abbia preso una certa piega ed iniziato ad evidenziare tutti quei difetti che, qui e lì, avevano sin lì fatto capolino ma che avevamo sempre archiviato come inciampi in un percorso virtuoso. Accanto a me, ai tornelli, si parlava della formazione appena resa ufficiale ed il coro era unanime: «La migliore formazione possibile».
Per parte mia, un undici senza Pellegrini è sempre mancante di qualcosa e, quindi, provavo a rintuzzare dicendo che io, a Pelle, non avrei mai rinunciato. La replica era immediata: «Ha giocato male a Como; la differenza la fa se sta bene. A me me sembra sotto tono». Raccoglievo questo commento convinto sempre del mio e, soprattutto, convinto che Pelle sarebbe comunque entrato, visto che i giocatori quelli sono. La coreografia era, poi, al solito meravigliosa, anche se lo avvertivi che la scossa, più che dalla Tribuna al campo, ci si aspettava che partisse dal campo per arrivare in Tribuna. Perché c’era qualcosa, nelle facce di tutti, legata a quello che è stato nelle ultime settimane, in cui due elementi emergevano con prepotenza: noi le perdiamo con i cambi, mentre gli altri è proprio con i cambi che le vincono; sembra che la cattiveria sia scemata, insieme alla voglia di andarsi a prendere le partite. Il Bologna, questo Bologna, fatto di giocatori fisici e tecnici, preoccupa, soprattutto perché Italiano ne ha fatti riposare tanti, ma lascia ben sperare perché, ultimamente, ha perso contro chiunque. Ma la verità che la preoccupazione è legata a noi, più che a Bernardeschi o a Castro. C’è chi si dice preoccupato da uno Svilar «meno reattivo del solito, che sta sbagliando troppe uscite alte»; c’è chi si dice preoccupato da una difesa «che prima non ne prendeva uno, mentre adesso ti fa stare sempre in pensiero»; c’è chi, ancora, che ritiene che «il problema nostro non è nei singoli, ma in questi schemi che costringono tutti a fà tutto, quanto tu dovresti faje fà a ciascuno er suo».
La Roma, parte bene. Soprattutto, fa correre il pallone come si era visto meno nelle ultime partite. Si capisce, però, che il Bologna, con quei tre lì davanti («Dammeli a me Bernardeschi e Rowe accanto a Malen…»), può arrivare in porta. E ce ne accorgiamo già dopo pochi secondi. Poi, però, la partita diventa quello che tutti temevamo ma speravamo che non fosse. Perché prima esce Konè («De tutti, lui davvero no: non doveva uscire») e questo lascia intuire che si possa perdere, da subito, presenza in mezzo al campo e slancio nelle ripartenze («Non ce l’hai un altro che sappia fare il suo gioco. È inutile: non ce l’hai»), poi Mancini cade e l’arbitro non fischia e, quindi, iniziamo a rincorrere. Per fortuna che Pellegrini – si, lui, quello che «perché nun lo mannano via» – prima ricorda a tutti come si battano le punizioni e, poi, mette sulla testa di Ndicka un pallone che evidenzia come il Bologna non sia proprio invulnerabile. Ma, dopo che Cristante e Malen ci vanno vicino, riandiamo sott’acqua. E dispiace, perché lo capisci che non è serata («Hai preso due gol dal Bologna solo nel primo tempo. Non va bene. Non ci siamo»). E lo capisci ancora di più quando, dopo un intervallo in cui ci si guardava con quell’espressione un po’ così («’Sta squadra non ha adesso la capacità di fare due gol al Bologna: ce ne mancano troppi»), lì dietro facevamo l’ennesimo disastro. La nota positiva, a quel punto, era che nessuno si alzava per andarsene. Nessuno. E questo veniva letto da qualcuno come una speranza («Manca ancora tanto: tutto po’ succede'»), un po’ come un convincimento («Aspetta: abbiamo tutto per riprenderla; l’importante è non fare disastri col contropiede loro»). Ma la nota positiva era che entrava Vaz, che aveva il merito di mettersi accanto a Malen e di fare tutto quello che, fino a quel momento, c’era riuscito ben poco, cioè rompere gli schemi per essere meno prevedibili («Vaz non fa quello che je dice Gasperini, ma nemmeno quello che je dice la testa: Vaz va proprio pè conto suo, ma funziona»). A quel punto Malen faceva Malen e Pelle faceva Pelle («M’ha ricordato er gò der derby!»). Ma poi, dopo che Wesley calciava, al secondo di recupero, una serata da sogno in Distinti Sud e dopo che lo scatto del medico della Roma, preoccupato per Mancini, preoccupava gli spalti («Anvedi come è partito a freddo…me fa venì ‘n crampo a me…»), facevamo proprio quello che non bisognava fare. E, da lì in poi, erano solo frasi al vento. Contro questo, contro quello. Che non risparmiavano nessuno. La verità è che questa Coppa, per noi, era troppo importante.
Sì, bello il quarto posto («Ma quanno ce arivi…»), belli gli schemi, bella la Roma del futuro. Ma quando l’altr’anno siamo usciti, eravamo in rincorsa di noi stessi, e tutti lo abbiamo accettato, con lo sguardo rivolto al futuro. Adesso, no. Perché eravamo partiti bene. Poi qualcosa di troppo non ha funzionato. Ed il problema è che, scendendo quelle scale, quello che rimbalza nei commenti di tutti non è la domanda sul cosa non abbia funzionato, ma la delusione che quest’anno non doveva finire così. Adesso questo è il problema. Ma la soluzione non chiedetela, per favore, a noi che sediamo in Tevere. E che saremo di nuovo lì, domenica, contro il Lecce. A sperare non si sa più che cosa.
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