Diffidente del giudizio
Dai dubbi sulla formazione iniziale ai massimi sistemi sulle riserve. Col chiodo (già) fisso di Malen, godendosi e sognando Pisilli e il capolavoro del Maestro Gasp
(GETTY IMAGES)
Non è che avessi molti dubbi. Un secondo dopo avere appreso la formazione, attraversando il ponte davanti all’Obelisco, avevo subito immaginato che le voci che si sarebbero sommate sarebbero state tutte caratterizzate dal sospetto. Detto, fatto: «Mi sa che Gasperini voglia abbandonare l’Europa League e puntare tutto sul campionato»; «vedi tu se stasera, con questa formazione, non prendiamo l’imbarcata»; «io penso che Gasperini voglia dare un segnale alla Società, e farle capire che, con questa rosa, sia impossibile provare a puntare su più obiettivi». Ma, fin qui, ovviamente l’ovvio. Era inevitabile, difatti, che, sapendo di mezza squadra titolare seduta in panchina, in una partita non importante ma importantissima sulla Road to Istanbul, qualche domanda venisse fuori. Nella speranza, altrettanto ovvia, che la risposta, che dopo qualche ora avremmo avuto, ci dicesse che, anche con mezza squadra in panchina, il gioco di Gasperini, introitato anche dai panchinari, potesse avere avuto la meglio di uno Stoccarda che non è esattamente una squadra di terza categoria.
Contagiato dal dubbio che si era impossessato dei corpi e delle menti attraversanti quel ponte, venivo però riportato all’immediata realtà da un’altra osservazione, a cui, a dire il vero, ero ben preparato a rispondere, semmai fosse stata rivolta a me, già uscendo di casa: «Secondo me stasera non fa giocà Malen perche vole brucià definitivamente pure Ferguson». A quel punto, e per fortuna, direi, mi precedeva nella puntualizzazione un tifoso, intento più che all’attraversamento pedonale ad addentare una pagnottella – che, e per dovere di cronaca va detto, si avvicinava, per dimensioni, più ad una pagnotta – ricordando, così, senza enfasi, con la consapevolezza della definitività dell’affermazione, che «Malen nun po’ giocà perché nun sta in lista».
Salivo le scale della Tevere, a quel punto, certamente soddisfatto per l’intervenuta chiarezza sul regime dei tesseramenti ma con una certa preoccupazione, che aumentava, però, non appena, scoperta la vista degli spalti, vedevo la compatta e nutritissima curva dello Stoccarda. Perché necessariamente l’ulteriore dubbio, tra i tanti che già albergavano in me sul buon esito della serata, che tutta quella tifoseria fosse venuta qui, in massa, con la consapevolezza che la propria squadra potesse vincere, prendeva il sopravvento. E non è che l’inizio della partita dicesse nulla di diverso, visto che, pronti via, questi si presentavano dalle nostre parti. Poi, però, poco a poco la palla iniziava a girare velocemente tra i nostri reparti («Quelli corrono, ma guarda quanto corriamo noi: impressionante») ed anche bene.
Il problema è che avevamo, al solito, una certa difficoltà ad andare al tiro e questo produceva l’inevitabile constatazione, che pure qui lo sapevo ancora prima di uscire di casa che sarebbe arrivata: «Malen, al posto de Ferguson, ne aveva fatti almeno due». Perché la verità, e qui va aperta una rilevante parentesi, è che quello che è successo a Torino ci ha cambiato visione, prospettive, sogni. «Malen» come affermava un competente tifoso a me prossimo «lo sai che c’ha de diverso dalle altre punte? Che quelli so bravi calciatori; lui, no: lui è uno che sa giocà a pallone». E credo che migliore e più veritiera e competente sintesi non potesse essere fatta. Perché uno che, sceso dal volo da Londra, che manco ritira le valigie e che già sta sull’aereo per Torino, che entra nello spogliatoio, si cambia chiedendo a questo e quello come si chiamino che poi, in campo, non è che te posso chiamà pè numero, scende in campo e riconosce subito chi parla la sua stessa lingua, e gioca un primo tempo in cui segna, risegna, si propone, protegge, vede il passaggio, fa reparto da solo, non è un calciatore ma uno che, se l’avessi messo a giocare, da ragazzino, alla Chiesoletta con Agostino (e mi alzo in piedi mentre digito sulla testiera il suo nome), il parroco l’avrebbe visto e mandato subito al Tre Fontane.
E, quindi, qualunque formazione stasera Gasperini avesse messo in campo, qualunque, tutti i seggiolini della Tevere comunque avrebbero voluto soltanto quei due. E per vederli ancora insieme c’è da aspettare, necessariamente, domenica sera. Ed è quello il punto di approdo di tutte le nostre speranze. Perché giochiamo contro il Milan; perché Dybala, finalmente messo sulla sua mattonella, non deve fare più il centravanti ed il mediano; perché davanti abbiamo un centravanti vero, che ci ha allargato il cuore e ci ha fatto strabuzzare gli occhi. E quello che tutti i seggiolini chiedono è che, quanto visto a Torino, non sia stata un’illusione ma la certezza di un futuro granitico. Un futuro fatto non soltanto di quarti posti, ma di altro, perché «tu mi devi dire quanti altri hanno davanti due come Dybala e Malen».
Quindi, quando il meraviglioso Pisilli, dopo due passaggi filtranti che ci sono piaciuti tantissimo, segna un gol di quelli belli che fa con l’Under, la testa era soltanto a superare indenni i restanti quarantacinque minuti per poi tuffarci in quel Roma Milan che ci deve dare tante risposte. E quando quel secondo tempo, vissuto con tanto affanno («Meno male che questi non pijano la porta mai …»), con qualche piccolo svarione difensivo («Ma noi le riserve le compramo cò gli sgravi fiscali?»), con il solito Svilar, si chiudeva con la solita giocata di Dybala («Lo vedi? È lì a destra che deve giocà!») e con Pisilli che comunicava ufficialmente al mercato di come la sua quotazione lo renda sogno di pochi e non più occasione per tutti, finalmente si poteva tornare a casa soddisfatti delle risposte avute da questo Roma-Stoccarda ma con un nuovo, bellissimo, inaspettato dubbio, tutto merito di quel Maestro di Gasperini: «Ma semo sicuri che tutte ’ste riserve che c’avemo nun possono giocà pure ‘n campionato? Perché a me stasera me so sembrati forti …».
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