Coppa Italia, marchiata dalla Roma
Con 9 titoli a lungo in testa all’Albo d’oro e seconda solo alla Juve per numero di finali. Ma dal 2008 il trofeo manca in bacheca: per invertire la rotta si comincia dal Toro, legato a tanti trionfi
(GETTY IMAGES)
Rapporto ambivalente quello fra la Roma e la Coppa Italia. Dal torneo sono arrivate immense gioie e profonde delusioni. Sintomo che alla manifestazione i romanisti tengono eccome. Proprio come la squadra, almeno fino alla prima decade del terzo millennio. Nove trionfi ci tengono ancorati al secondo posto nell’albo d’oro, nonostante diciotto anni di digiuno (e dal 2008 al 2015 siamo stati primi insieme alla Juventus). Mentre le otto piazze d’onore danno la misura di quanto sia sempre stato un obiettivo arrivare in fondo alla competizione.
Diciassette finali complessive non le ha disputate nessun altro fino a nove anni fa, poi la cifra è stata superata dalla solita Juve. La Coppa nostra si è quindi trasformata in colpa nostra: non si sa bene per quale ragione abbiamo iniziato a snobbare un torneo che non soltanto arricchisce la bacheca e porta dritti in Europa, ma nella maggior parte dei casi (anche in altre latitudini) dà il via a cicli vincenti. Questa sera con il Torino c’è la possibilità di dare la controsterzata, rinnovando un binomio che storicamente significa molto.
È proprio il Toro l’avversario più battuto nell’atto conclusivo. A partire dal primo successo, datato 1964, diversi anni dopo le due finali perse prima della guerra con Genoa e Venezia; e la Coppa Coni, antesignana del secondo torneo nazionale, conquistata appena nati, nel 1928. È un’edizione singolare quella del 63-64, con le tre grandi del Nord e l’Atalanta esentate dai primi turni perché impegnate nelle coppe europee. Non la Roma, che gioca tre partite in più e arriva alla finale contro i granata a stagione abbondantemente conclusa, nel settembre successivo, rinunciando così alla partecipazione alla Coppa delle Coppe. La gara prevista all’Olimpico termina 0-0 e allora si va al replay in Piemonte, dove un gol di Nicolé regala il trofeo.
Cinque anni più tardi la formula è ancora sui generis, con un girone conclusivo al posto delle semifinali a eliminazione diretta e della stessa finale. Oltre a Cagliari e Foggia, c’è ancora il Torino sulla strada dei giallorossi, che però alzano la coppa allo Zaccheria. E il Toro inaugura anche lo strepitoso ciclo del presidente Viola. Il 17 maggio del 1980 l’atto unico finisce 0-0, i supplementari non sbloccano il match e si va ai rigori, dove - incredibile ma vero - si verifica una sorta di miracolo sportivo: dopo il quarto tiro dal dischetto la Roma ne ha messo dentro uno solo, ma Tancredi ci tiene in piedi e Ancelotti realizza il primo tentativo a oltranza, mentre super-Franco ipnotizza Zaccarelli. È l’inizio dell’epoca d’oro.
Esattamente tredici mesi dopo (17 giugno 1981) il successo è bissato. Nella sfida decisiva, tanto per cambiare, c’è il Torino. Stavolta si gioca andata e ritorno: cambia solo il luogo, l’epilogo è lo stesso. Due 1-1, rigori ma al Comunale. Tancredi fa ancora il gatto portando a cinque i penalty neutralizzati in due finali. Falcao fa centro e ci porta in dote la quarta Coppa Italia della nostra storia, nello stesso stadio dove poco più di un mese prima siamo stati defraudati dello Scudetto. Trascorrono tre anni, il titolo arriva, la Roma è definitivamente fra le grandi e col tricolore sul petto disputa la doppia finale a un mese circa dalla terribile amarezza della Coppa Campioni: avversario il Verona futuro campione, piegato 1-0 nella Capitale dopo l’1-1 del Bentegodi.
È l’ultima di Di Bartolomei con la maglia amata, se ne va anche Liedholm, una nuova era è alle porte. E due anni dopo la scelta di affidare la panchina a Eriksson ci porta a un passo da una rimonta da sogno in campionato, svanita sul più bello.
Ma come sempre accade, la Roma sa reagire alle grandi delusioni e il 14 giugno 1986, imbottita di ragazzi della Primavera per i concomitanti Mondiali, ribalta l’1-2 subito a Genova dalla Sampdoria. Il 2-0 è epico: cross di Impallomeni, testa di Cerezo (destinato proprio ai blucerchiati) entrato 4 minuti prima, allo scoccare del 90’. Ancora la Samp è l’ultimo ostacolo nel 1991, dopo una stagione sull’onda delle emozioni forti: il caso Lipopill, la Coppa Uefa persa, l’addio a Viola e quello sul campo a Conti. Ma la squadra di Bianchi ha grinta da vendere e non si piega alle avversità: 3-1 a Roma, 1-1 a Genova, Voeller protagonista e 7º trofeo in bacheca.
Bisogna attendere sedici anni per rialzarlo al cielo: in mezzo quattro finali perse, una surreale con quel Toro in precedenza sempre battuto, poi col Milan neo-campione d’Europa, infine due di seguito con l’Inter a un passo da Calciopoli. La rivincita però è doppia: due trionfi consecutivi proprio coi nerazzurri, nel 2007 dopo un tennistico 6-2 all’Olimpico e ko indolore (1-2) al Meazza, con la soddisfazione dell’inno nostro mandato dagli altoparlanti di Milano, l’anno dopo in gara unica nella Capitale (2-1). Resta quella l’ultima Coppa nostra, il resto è da cancellare. A partire da oggi.
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