Tornerà. Questo lo sappiamo tutti. Un giorno Daniele De Rossi vestirà di nuovo la maglia della Roma, magari quella d'allenamento, e forse sarà di un colore diverso dagli altri. Ma tornerà. E chissà che tipo di allenatore sarà. Nel dibattitto un po' superficiale che s'è sviluppato in Italia dopo la clamorose lite in video tra Allegri, portavoce dei "risultatisti", e Adani, quel giorno rappresentante dei "giochisti", l'impressione è che Daniele si schiererà abbastanza verosimilmente tra questi ultimi. E non solo per l'affinità di pensiero che c'è tra lui e Adani (e i due, si racconta, si sono già intrattenuti a conversare di calcio con Guardiola, buon amico di entrambi). Di più, sarà sicuramente uno di quei tecnici innovativi, rivoluzionari, visionari, che anticipano i tempi perché sanno leggerli prima.

E già qualcosa si può intuire oggi. Per capire che tipo di allenatore sarà Daniele basta unire i punti di un percorso che sembra già stabilito e che l'ex (ossignore, bisogna già scrivere ex) capitano della Roma ha disegnato idealmente lasciando una mollichina ai Pollicini che volessero seguire la strada. Proviamoci. Ma prima di ritrovare le molliche, non si può ignorare un'ovvietà, e cioè che Daniele è figlio di Alberto De Rossi, probabilmente il miglior allenatore italiano di settore giovanile di tutti i tempi. Un signore che ha cresciuto centinaia di talenti e migliaia di buoni giocatori, lasciando una traccia nella carriera di ognuno, cercando sempre di unire alle necessità tipiche di ogni tecnico (la ricerca del risultato, la bellezza del gioco) le migliori caratteristiche del tecnico di settore giovanile (votato alla ricerca del miglioramento dei ragazzi in tutte e quattro le aree: tecniche, fisiche, atletiche, mentali) secondo i principi di buona educazione del buon padre di famiglia. Il "timbro", dunque, sarà lo stesso.

La prima mollicona si ritrova andando un po' indietro nel tempo, alla stagione 2002-2003. Nella rosa della Roma, tra i centrocampisti, figurò per un certo periodo - da luglio 2002 a gennaio 2003 - un certo Pep Guardiola. La storia che si fa leggenda vuole poi che l'esordio in serie A del giovanissimo Daniele De Rossi, già nella rosa della prima squadra, avvenne il 25 gennaio 2003 contro il Como (sul neutro di Piacenza) perché Guardiola non si sentì di giocare avendo già raggiunto l'accordo col Brescia per tornare a giocare lì dopo la non felicissima (breve) esperienza giallorossa agli ordini di Capello.

Lui, Pep, aveva già in mente il suo calcio, ma Capello non lo considerava troppo. Ma in allenamento, racconterà De Rossi in un'intervista qualche anno più tardi, era già uno spettacolo: «Quando anni dopo ammirai come tutti lo splendido Tiki Taka del Barcellona, riandai con la memoria agli allenamenti a Trigoria, quando Pep si fermava a spiegarmi come avrei dovuto mettere il corpo per ricevere il pallone e come giocarlo e a quale compagno. Aveva già in testa il gioco del Barça e provava a spiegarmelo».

Dunque, all'impronta gentile e aperta alle innovazioni del calcio giovanile di papà Alberto uniamo il gioco corale e iperoffensivo di Guardiola. Il resto lo hanno rivelato i tre tecnici che quest'anno in momenti diversi hanno rivelato di aver ricevuto, alla fine delle partite giocate contro la Roma, una curiosa ma lusinghiera richiesta da parte di De Rossi: «Mister, mi piace il tuo gioco, ti dispiace se magari il prossimo anno verrò una settimana a vedere come lavori?». Questi tecnici sono Giampaolo, Gasperini e De Zerbi. Tre allenatori iperoffensivi, che puntano tutto sul gioco corale e sull'attacco rapido. Mixate bene con le straordinarie capacità tecniche, tattiche e mentali dimostrate nella sua carriera da giocatore e verrà fuori uno straordinario allenatore: Daniele De Rossi.