«Grazie Danie' t'ho visto nasce e cresce co' me / le esultanze con il veleno, la vena ar collo, romanista vero». Canta così Giovanni Miraldi, in arte Brusco, cantautore romano ma soprattutto romanista. Lo stesso di "Quando gioca l'AS Roma", la canzone scritta per festeggiare il terzo scudetto giallorosso.

"Grazie Daniè" è uscita due giorni fa e ha fatto impazzire tutti. Un testo semplice, vero, sincero, che arriva dritto al cuore per rendere omaggio a uno dei capitani della magica Roma, uno di quei pezzi di storia giallorossa che nessuno potrà mai cancellare. La canzone esce a due giorni dall'ultima di Daniele De Rossi, stasera alle 20.30 allo Stadio Olimpico.

Saranno lacrime, sarà dolore, ma saranno anche emozioni, sarà anche amore, perché quando un valido condottiero lascia il suo esercito il dispiacere si fonde inevitabilmente con l'adrenalina e la gioia per aver dato tanto, per aver combattuto con onore.

«Mi hanno rimediato un biglietto. Starei da solo in curva nord, poi me metto a piagne davanti a gente che non conosco. Però ci può stare, è una di quei momenti unici, irripetibili».

"…T'ho visto nasce e cresce co me". Chi è Daniele De Rossi per Brusco?
«Essendo stata una carriera così lunga sua, si è sovrapposta a diversi momenti della mia vita, soprattutto a quelli in cui da ragazzo so diventato uomo. Adesso ho un bambino di un anno e mezzo, che non ha visto Totti e mi dispiace tantissimo. Ma spero comunque che qualcosa gli rimanga, l'amore per la Roma gliel'ho trasmesso subito. Mi piace pensare che anche lui, che rappresenta una nuova generazione, quando si parlerà di Totti o di De Rossi possa avere in qualche modo assistito a questa festa di addio. Ci sono diversi momenti della mia vita scanditi dalla carriera di De Rossi e quindi sì, siamo cresciuti insieme».

"Non ho tanto ma il cuore di Francesco Rocca, gli occhi gonfi di Totti, di Conti…". Inizi la canzone parlando delle bandiere giallorosse.
«È nato tutto da lì, questa canzone non esisteva fino all'altro ieri all'ora di pranzo. Ero in studio a registrare altre cose, avevo due ore libere e mi è venuto in mente di fare un omaggio a Daniele. Non mi va di essere ripetitivo, non voglio fare il cantore della Roma, ma questa mi è sgorgata proprio dal cuore e devo dire che è stata proprio questa prima frase a convincermi che dovevo fare il pezzo. L'ho pensata e poi il pezzo si è scritto da solo, in mezz'ora, mixato come fosse un gioco. Mi ha dato un enorme soddisfazione realizzare questa canzone e soprattutto vedere come è stata accolta dalla gente. Però ecco è nata proprio da questo, dal far riferimento a bandiere che sono state pezzi di cuore per tutti i tifosi».

"…non sono senza cuore come James Pallotta". Come valuti questa società e le scelte relative a Totti e De Rossi?
«Avevo scritto una canzone che si chiama "La Sensi che mi piace" che attaccava la presidenza di Rosella Sensi perché dopo aver ricevuto offerte importanti per la cessione della società, aveva comunque proseguito per la sua strada. Poi sono arrivati gli americani, dai quali non è che mi aspettassi grandi cose perché lo sappiamo che vincere a Roma non è semplice e si era capito subito che non si trattasse di sceicchi. Tutto questo per dire che non mi innamoro mai dei presidenti, spero solo che siano più ricchi possibile perché per vincere qua c'è bisogno di investimenti veri, per non ritrovarci poi, come ha giustamente detto De Rossi, a guidare un'utilitaria senza potersela permettere. Al netto di questa non grande ricchezza economica quindi diciamo che hanno lavorato bene su varie cose, però hanno fatto una scivolone tremendo nel caso Totti, è stata una cosa sgradevole davvero che non si potevano permettere. E ora vedere com'è andata la vicenda De Rossi è stato paradossale, è stato un colpo al cuore. E non mi è sembrata neanche troppo intelligente come mossa. Fermo restando che criticare è sempre più facile, non è detto che se io avessi i soldi di Pallotta sarei in grado di far vincere la Roma».

"Totti era un Dio e l'ho venerato / tu sei il fratello che Dio m'ha dato". Sei un romanista più ‘tottiano' o ‘derossiano'?
«È stata una sofferenza atroce l'addio di Totti, se ci penso mi viene da piange. E oggi sarà un'altra bastonata, non so come reagirò. Però se in maniera proprio becera faccio il conto di quante gioie ho ricevuto forse la mia venerazione per Totti è maggiore. Cioè Totti è un alieno, uno di quei giocatori che capitano una volta ogni cento anni. De Rossi è stato allo stesso modo un simbolo, pur non avendo le stesse qualità tecniche. Lo percepisco come un uomo più che come un calciatore, lo chiamo "fratello". Nel senso che Totti è la divinità, nessuno di noi si può immedesimare in lui, ha delle giocate pazzesche che evidentemente fanno proprio parte del suo DNA, invece De Rossi è quello che per risultare tra i migliori in campo ce la deve sempre mettere tutta e poi vabbè, lui si è sempre distinto per la sua capacità di comunicare, è sempre stato trasparente, vero, un piacere sentirlo».

Negli ultimi giorni si è discusso molto del ruolo di Francesco Totti in società. Tu cosa ne pensi?
«Non nutro alcun rancore nei confronti di Totti come dirigente e mi sembra anche abbastanza normale che lui non remi contro la società essendone un dipendente. Poi vedremo quello che succederà, se otterrà più poteri. Avrei preferito sinceramente che Totti non facesse il dirigente, ma questa è una cosa mia. Mi sarebbe piaciuto vederlo sparire, lasciando il suo ricordo con la maglia indosso».
"Dai che se vedemo presto / stadio nuovo e te a strillà a bordo prato". Quindi Brusco vorrebbe Daniele De Rossi sulla panchina della Roma?
«Tantissimo. Nel mio immaginario rimane questa finestra che magari la storia più bella non l'abbiamo ancora scritta insieme a Daniele, che non irrimediabile il fatto che possa aver vinto qualcosa. Sarebbe stupendo. Mi auguro che qualora dovesse accadere una cosa del genere, ci sia un contesto che gli consenta di togliersi qualche soddisfazione».