Sul palco della Hall of Fame del Calcio Italiano, dentro la Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, chiedono quasi improvvidamente a Francesco Totti un pensiero sull'Europeo 2020 (lo chiamano «ventiventi»). E lui, guardando accanto a sé il ct Mancini, ex fuoriclasse dal simile bagaglio tecnico, non trattiene la battuta: «Qui però noi siamo diecidieci». Totti è questo: la sacralità del cazzeggio combatte ogni momento con la sacralità di tutto quel che gli accade (ieri, per l'appunto, è entrato nel salotto delle glorie del calcio nazionale), lui che ha reso sacra la sua vita grazie al talento che non lo ha mai abbandonato: «Sì, a giocare mi diverto ancora, l'ho fatto anche qualche giorno fa in Kuwait, lì il calcio è un po' diverso, ma il piede è rimasto quello. Ed è stata la mia fortuna».

Il centro della Roma

Sacro e profano, perennemente mischiati. Così chi lo vuole oggi molto risentito con la Roma non ha capito che invece è il momento in cui finalmente Totti sta tornando al centro della Roma. E chi invece ritiene che Pallotta voglia investirlo del ruolo di "direttore tecnico" per riparare a quello che è successo con De Rossi, forse non considera che seguendo il piano della società già da un po' Francesco ha capito di poter finalmente acquisire un po' di autonomia decisionale. Ma il ruolo vero e proprio non gli è stato ancora tecnicamente proposto: «Io - sempre lui ha risposto ieri a Firenze - direttore tecnico? Ancora non so niente, lo vedremo più avanti. Di sicuro da dirigente sto scoprendo alcuni meccanismi che non pensavo ci fossero. E comunque mi divertivo più da calciatore». E non è certo (o comunque non solo) per quello che è accaduto a De Rossi che Francesco sta finalmente assumendo quel ruolo che da un po' ormai reclamava, a prescindere dai contenuti con cui man mano verrà riempito il contratto in essere ormai da tempo (e magari a prescindere dai ritocchi economici che gli potranno essere riconosciuti). In realtà il progetto era stato già presentato a Boston dai manager italiani (il Ceo Fienga e il vicepresidente Baldissoni) e vidimato dal presidente Pallotta subito dopo l'allontanamento di Monchi e Di Francesco, con Fienga che ha avvertito la necessità di avere più vicino a sé qualcuno in grado di leggere le questioni tecniche meglio di quanto non sia in grado di fare lui, che ha un'estrazione di tipo finanziaria/commerciale, o magari Baldissoni, avvocato.

Le parole di De Rossi

Di più, Fienga avrebbe voluto anche De Rossi nel management, ma gli esiti della sua proposta sono (tristemente) notissimi. E quando in conferenza stampa Daniele ha ristretto i confini delle competenze che oggi può avere un dirigente nella Roma, pare che Francesco non ci sia rimasto benissimo, ma di sicuro coglierà presto l'occasione per vedersi definiti meglio tali confini per poter così incidere in maniera più significativa nel duro e lungo lavoro che attende la società per ricostruire una squadra all'altezza delle ambizioni dei tifosi. I tempi delle comunicazioni ufficiali non sono ancora maturi, ma è già da un po' che si "sfrutta" Totti per le sue conoscenze e per le sue competenze, facendogli fare quella scuola che era cominciata con Monchi e che oggi prosegue in "autotutela". Quando c'è stato da chiamare Ranieri, ad esempio, è stato lui il prescelto. Così come quando si è deciso di andare dritti su Conte il primo passo è stato fatto da lui. Poi ovviamente le questioni tecniche e le prospettive finanziarie all'ex ct sono state illustrate da altri dirigenti (nello specifico rispettivamente da Baldini e Fienga). E, a proposito del rapporto con l'ex dirigente romanista e attuale consulente personale di Pallotta, se Totti si vedrà allargati i suoi poteri delle due l'una: o Baldini avrà dato il suo benestare (aprendo un nuovo capitolo della loro storia personale) oppure Baldini non è poi un consulente così decisivo.

L'incontro con Allegri

Tra cazzeggio e sacralità, ieri Totti ha incontrato pure Allegri a Firenze (era un altro dei premiati), autorizzando ovviamente tutti i presenti a ipotizzare chissà quali scenari futuri per la Roma. Conoscendolo, una battuta gliel'avrà fatta, ma se è accaduto, è successo quando erano lontani da tutte le orecchie più o meno discrete. Di sicuro scherzando con Marcello Lippi e Bruno Conti hanno ironizzato su diversi temi, tra cui il rapporto con Pjanic, un grande amico di Francesco trasferito da tempo alla corte di Allegri e adesso in procinto di lasciare Torino. Ma comunque in occasioni come quella di ieri, Totti si gode soprattutto la sua popolarità: «Penso che questo per me - ha detto a Roma tv - sia un giorno speciale e bellissimo. È un riconoscimento importante che arriva dopo l'ingresso nella Hall of Fame della Roma. Ringrazio Gravina e la FIGC per avermelo assegnato. La vittoria del Mondiale a Berlino nel 2006 mi ha consacrato a livello internazionale e sicuramente anche questo traguardo ha contribuito a farmi ricevere questo premio».

La promessa a Galli

Prima del bagno di popolarità nazionale di ieri pomeriggio, in mattinata Francesco aveva invece finalmente assolto al ritiro di un premio alla carriera intitolato alla memoria di Niccolò Galli, il talento figlio dell'ex portiere Giovanni scomparso in un incidente stradale nel febbraio del 2001, che Totti aveva vinto l'anno scorso. Si era impegnato proprio con Giovanni che avrebbe trovato il modo per ritirare il riconoscimento e ieri mattina, accompagnato da Bruno Conti e il fido Vito Scala, ha onorato l'impegno: «Zaniolo è un talento molto promettente. I giovani calciatori devono pensare a divertirsi. Normale che poi si può pensare ad un futuro da grandi campioni e ad una carriera. L'importante è crescere con i giusti valori e rispetto. Io penso che ogni genitore deve insegnare i giusti valori e le cose importanti della vita. La beneficenza: a me piace fare le cose in silenzio anche se a Roma è difficile fare le cose soft». Ora ci proverà da dirigente.