Una stagione in novanta minuti. A Marassi c'è stata la sintesi perfetta di una squadra costruita male, gestita peggio per buona parte dell'anno, impossibilitata a dare continuità di gioco (si fa per dire) a causa di giocatori troppo uguali, tutti con lo stesso passo di corsa, incapace di capire le partite e di capirsi, massacrata dagli infortuni ma non è un alibi semmai una colpa, sospesa tra ambizioni presuntuose e una realtà che è stata quasi sempre disarmante.

Si dirà: ma se non ci fosse stata quella capocciata di Romero nel recupero, questo capo d'accusa sarebbe lo stesso? No, ma la sostanza rimarrebbe, il problema di fondo sarebbe lo stesso. Perché questa Roma, come la giri la giri, è una squadra difficile da mettere in campo, quasi impossibile da correggere. Come dimostrano alcune ripetitività che ci sono state nel corso di tutta la stagione. È vero, per esempio, che in venti partite è andata sotto nel punteggio e quasi mai è riuscita a ribaltare il risultato.

Ma è vero, soprattutto, che se come ormai sembra probabile, la prossima stagione la Champions la vedremo in tv, la causa principale la potremo individuare nelle troppe remuntade subite in un campionato che in più di un'occasione è andato oltre i confini della realtà. Con questo non vogliamo dire che l'Europa che conta l'abbiamo persa o quasi a Marassi, ma che l'ennesima rimonta subita, ormai gli indizi sono tanti, anzi roppi, sarà (sarebbe) la causa primaria di una stagione sbagliata sin dall'inizio.

Eppure si poteva capire

Che ci fosse un problema di base, era stato evidente, almeno ai nostri occhi, sin dalla seconda giornata di questo campionato che da tempo assomiglia a un calvario. La Roma aveva vinto all'esordio sul campo del Torino con una prodezza di Dzeko allo scadere, insomma non si poteva cominciare meglio. Per la prima all'Olimpico l'avversario, guarda un po', era l'Atalanta.

Ma non quella che sta volando verso una clamorosa qualificazione alla Champions, ma la squadra B tendente alla C per il semplice fatto che quattro giorni dopo sarebbe andata a giocarsi la qualificazione (fallita) ai gironi di Europa League. Sembrava tutto facile, Roma in vantaggio con un colpo di tacco di Pastore.

E invece, fu una catastrofe. I giallorossi ne beccarono tre nel primo tempo, letteralmente presi a pallonate. Nella ripresa il risultato fu recuperato, ma il germe di una squadra sbagliata si era manifestato. Si poteva pensare, almeno all'epoca, a un episodio, alla necessità di rimettere insieme una squadra uscita molto cambiata, tra cessioni e acquisti, dal mercato estivo. Si poteva, invece la verità era proprio quella. Come fu confermato poche partite dopo, sempre all'Olimpico, ospite il Chievo, oh il Chievo.

Andò ancora peggio. Roma in vantaggio di due reti, partita finita, no? No. Perché questa è una squadra che se deve gestire viene colta da attacchi di panico. Il Chievo recuperò i due gol e, addirittura, per poco non vinse, sconfitta evitata da una prodezza (forse l'unica) di Olsen su un tiro di Giaccherini.

Il terzo indizio, quello che confeziona la prova, arrivò a Cagliari. Anche in Sardegna due reti di vantaggio, a sei minuti dalla fine Ionita dimezza lo svantaggio sfruttando un calcio da fermo (come ieri a Marassi), sardi prima in dieci e poi in nove per due cartellini rossi, partita finita, no? No. Successe l'incredibile, Sau pareggiò e buonanotte ai suonatori. Ma le rimonte subite non si sono fermate certo lì.

A Napoli si beccò il pareggio al novantesimo (come a Cagliari). A Bergamo, ricorderete, la Roma andò in vantaggio di tre gol, non furono sufficienti neppure quelli a garantire i tre punti (che se ci pensate bene oggi fanno tutta la differenza del mondo). E poi ieri, ancora una volta negli ultimissimi minuti, un gol del pareggio che assomiglia a una coltellata sportiva. Eppure gli indizi c'erano, ma el senor Monchi nel mercato di gennaio ha pensato bene di non fare nulla, ultimo clamoroso errore di una gestione sportiva che è andata ben oltre il fallimento.