Tra calcio e musica. Si potrebbe rappresentare così la vita di Francesco Baccini, uno degli esponenti della scuola cantautorale genovese, che ha appena concluso la colonna sonora di Credo in un solo padre, un «film crudo sulla violenza familiare», con Massimo Bonetti e Flavio Bucci, che lo vedrà anche nella veste di attore. Tra calcio e musica perché prima di diventare un cantante, Baccini coltivava come tanti ragazzi il sogno di giocare da portiere in Serie A.

E, caso strano per un genoano doc come lui, lo coltivava nella Sampdoria: «Quando avevo nove anni mio padre, che era tifoso del Genoa, fu contattato dai blucerchiati, è chiaro che quando ti chiamano a giocare nei pulcini inizia un sogno. Chiesi il "permesso" a lui e iniziai, ero diventato tifoso della Samp perché era la squadra per cui giocavo... Andavo a vederla allo stadio, lui mi accompagnava».

Qualche anno dopo, però, a sedici anni, dopo un brutto infortunio e la scomparsa del padre, arrivò la folgorazione per i colori rossoblù. «Andai a vedere il Genoa che giocava in Serie B e vinse 5-0 e cambiai squadra. Mio papà non mi ha mai visto genoano, era arrabbiatissimo per questo. Il Grifone è diventato una malattia, l'ho seguito sempre da tutti i posti del mondo, a qualunque ora. È una storia strana, nella mia vita il calcio è sempre stata una componente importante e seria».

Tanto che, oltre a partecipare assiduamente alle partite della Nazionale cantanti negli anni passati, ha scritto anche qualche canzone dedicata al pallone. Una dedicata proprio al Genoa, l'inno per il centenario cantato insieme agli eroi del quarto posto che portarono i rossoblù in Coppa Uefa nel 1991, "I ragazzi del Genoa", nato da un'idea di Collovati e realizzato con i giocatori di allora.

Si narra che i più intonati fossero i sudamericani Branco e Aguilera: «Però avevano la voce angelica da Zecchino d'Oro». E un'altra dedicata ai tifosi di calcio, "Ci devi fare un gol", inedito del 2010 che dà il titolo all'omonima raccolta delle sue canzoni più note, nella quale è citato Francesco Totti: «Sì, nell'ultimo verso parlo del gol all'Australia e dico "per fortuna Totti ha fatto gol". È il simbolo dell'appartenenza, è nato a Roma, tifava Roma, ha giocato per la Roma. Una storia stupenda che si è chiusa, tra l'altro, contro il mio Genoa. È roba d'altri tempi. Oggi i giocatori sono dei mercenari, cambiano due o tre magliette all'anno. Per questo dico Totti. Ho sempre avuto una grande simpatia per lui, è stato oltre che l'ultimo vero numero 10 del nostro calcio l'emblema di un calcio romantico che non c'è più».

Ne sanno qualcosa i tifosi del Grifone, attualmente in aperta polemica con il presidente Preziosi, la cui storia con il Genoa negli anni è stata caratterizzata da alti e bassi e resta apparentemente controversa: «Certamente il periodo della Serie C e della sua valigetta non è stato tra i più felici, poi è riuscito per alcuni anni a tenere il Genoa a un certo livello. Ha portato Gasperini che ha fatto tanto e bene e lo stiamo vedendo adesso all'Atalanta. È un po' che Preziosi non si prende molto con i tifosi, ma se hai un giocatore forte e il tuo presidente dopo tre minuti lo vende non puoi pretendere che il rapporto sia idilliaco. Cioè, a volte fino a giugno un giocatore puoi tenerlo, lui li vende a gennaio! È successo con Perotti, con Piatek, che all'inizio come la toccava faceva gol. Almeno ci evitassero questo scempio... Io trovo il mercato aperto una presa in giro: ma i contratti contano o non contano? Fai cinque anni a un giocatore, poi si sveglia un procuratore e il giocatore va via dopo tre mesi. Queste cose hanno rovinato il calcio: è inaccettabile da tifoso avere una squadra ad agosto e un'altra a gennaio. Il mercato di gennaio serve solo alle grandi per vincere e perché vincano sempre le stesse. Lo scudetto del Verona o della Sampdoria non sarebbero ripetibili oggi».

Già, Preziosi. Ma chi potrebbe prendere il suo posto in un calcio sempre più finanziariamente elitario? «È proprio questo il punto, non c'è tutta questa gente con tanti soldi da voler comprare una squadra di calcio. E poi non sai mai in che mano andrai, sono anni che si dice che Preziosi venderà ma alla fine resta. Il calcio moderno è business. Noi abbiamo una storia centenaria, vogliamo appartenenza, i giocatori ora durano poco. Noi vorremmo vincere uno scudetto, siamo sognatori e romantici... Poi, dal lato tecnico va detto che dal Genoa sono passati una valanga di ottimi giocatori. Penso a Milito, Thiago Motta, Palacio, se fossero tutti rimasti avremmo potuto vincere la Champions League. Se guardo le altre squadre sono tutte il Genoa...».

La stagione attuale per il Grifone è stata molto travigliata, ma non era iniziata così male: «Infatti un altro errore è stato mandar via Ballardini, aveva perso una partita in casa, ma aveva fatto molto bene nelle prime gare. Poi era un tecnico molto amato dai tifosi e non è stato il massimo mandarlo via con tanti strascichi polemici. Ha fatto bene Ballardini, che oltre tutto è un signore, a non rispondere».

E ora Prandelli ha dovuto raccogliere un compito non facile: «È normale che lui arranchi, non sa nemmeno cosa dire. È in una situazione non facile, ha i tifosi contro la squadra, era arrivato per allenare in un finale di campionato tranquillo e si è ritrovato così in basso. Ci aggrappiamo a Pandev, che è il nostro fuoriclasse. Avrà anche un'età, ma se non hai lui in campo sono dolori».

La partita con la squadra di Ranieri è molto delicata: «Purtroppo non la vedrò allo stadio, ma in tv perché il giorno prima ho un concerto a Lecce. Sarà una partita tosta. La salvezza? Dobbiamo guardare partita per partita, il margine di vantaggio sull'Empoli non è così poco, alla fine dovremmo riuscire a scamparla avendo 7 punti in più, contando lo scontro diretto. Non abbiamo un calendario semplice, ma neanche loro. L'unica preoccupazione è che l'Empoli gioca molto bene, molto meglio di noi, che stiamo facendo il calcio più brutto della Serie A, quando guardo la partita mi viene la depressione. Facciamo davvero una fatica bestiale, una volta Marassi era un fortino, anche con dei Genoa più scarsi di questo, magari l'anima compensava. Sono invece un paio d'anni che vengono tutti a far punti. È vero, abbiamo battuto la Juve, ma io preferisco vincere i derby o le partite con le dirette concorrenti».

C'è molto Genoa nelle parole di Baccini, c'è molto della malattia del tifo: «Assolutamente sì, siamo malati. I tifosi genoani sono commoventi, non devono dimostrare niente, visto che facevamo 20.000 spettatori in Serie C. Una bella malattia».