Con la partita di lunedì scorso contro l'Udinese, l'Atalanta ha detto ufficialmente addio allo stadio Atleti Azzurri d'Italia, che presto verrà rimpiazzato dal nuovo impianto voluto dalla famiglia Percassi e che prenderà il nome di Gewiss Stadium.

Un piccolo segnale del cambiamento che il nostro Paese sta reclamando a voce sempre più alta e che negli ultimi anni ci ha visto invece sempre come fanalino di coda nell'Europa che conta. Perché gli impianti italiani sono fermi al 1990 e ai Mondiali di calcio, occasione in cui vennero ammodernati i più grandi stadi nazionali, spesso però con poca lungimiranza.

Ed ecco quindi che le poche realtà che possono contare su un impianto moderno, funzionale, e magari anche di proprietà spiccano nel nostro panorama. Un situazione però che, come detto, comincia lentamente a cambiare.

Gli stadi nuovi

A guidare la piccola pattuglia dei club che possono vantare un proprio stadio c'è ovviamente la Juventus che con l'Allianz Stadium è stata se non la prima, sicuramente la più importante società a comprendere il valore reale di un impianto di proprietà. Dall'inaugurazione nel 2014 il club di Torino ha visto aumentare i propri ricavi di botteghino di oltre il 500%, incidendo nel bilancio complessivo per oltre il 25%.

Numeri che danno in senso di una rivoluzione economica prima ancora che culturale. Alla Juventus negli anni si sono aggiunte il Sassuolo con il suo Mapei Stadium (in realtà primo impianto di proprietà, inaugurato nel 1994), l'Udinese con la Dacia Arena e il Frosinone con il suo Benito Stirpe.

Quattro realtà a cui si aggiungerà presto l'Atalanta, che ha acquistato l'Azzurri d'Italia dal Comune di Bergamo nel 2017 per poco meno di 9 milioni di euro e che ora verrà parzialmente ristrutturato. Un investimento complessivo che toccherà i 40 milioni di euro, di cui 14 quest'anno, quando sarà demolita e ricostruita la Curva Nord. Il club nerazzurro disputerà le ultime due partite di questa stagione, come già fatto in Europa League, al Mapei Stadium di Reggio Emilia.

Quelli in via di approvazione

A guidare l'esercito invece di chi vorrebbe un proprio stadio c'è chiaramente la Roma. Che merita però un capitolo a parte. E che non è assolutamente priva di compagnia. Con il club giallorosso spiccano infatti le due squadre milanesi, il Cagliari, il Bologna, la Fiorentina, l'Empoli, le due genovesi e le veronesi. Tutte realtà che, chi più e chi meno, hanno mosso i primi passi verso la realizzazione del proprio impianto.

Più avanti delle altre c'è il Cagliari, che ha visto approvato dal Comune il proprio progetto nelle scorse settimane. Ora si dovrà completare la progettazione e istituire la Conferenza dei Servizi regionale che prenderà la decisione finale sull'opera che costerà al club sardo circa 60 milioni di euro. Anche a Bologna si parla ormai insistentemente di riqualificare il vecchio Dall'Ara, riducendo la capienza dagli attuali 31mila posti a 27mila, con l'avvicinamento delle tribune al campo, la copertura di tutti i settori e la realizzazione di strutture di intrattenimento (ristoranti, gallerie e altro).

Un investimento di circa 70 milioni di euro voluto fortemente dal presidente Joey Saputo fin dal suo arrivo a Bologna. L'Empoli punta forte sul nuovo Castellani, le veronesi sul nuovo Bentegodi, e le genovesi sul nuovo Ferraris. In questi casi non si parla di nuovi impianti, quanto di ristrutturare e ammodernare quelli che già esistono. Tutti interventi per ora però solo abbozzati (quello più concreto sembra essere quello di Genova, per il quale si parla di un investimento di circa 40 milioni di euro).

Come ancora nulla di definitivo c'è per Milan e Inter, sempre indecise tra la costruzione di un nuovo stadio e la ristrutturazione del Meazza. Infine la Fiorentina, che vorrebbe iniziare la costruzione del proprio stadio nel 2022, ma che rischia invece di dover rinviare la data non di poco (c'è chi ipotizza addirittura il 2030), visto che ancora non si è riusciti a prendere una decisione nemmeno sulla capienza del nuovo impianto, che dovrebbe costare comunque non meno di 120 milioni di euro.

La Roma

Fra tutti questi propositi, c'è il club giallorosso che ha già visto approvare il proprio progetto dalla Conferenza dei Servizi e che da oltre un anno attende il via libera del Comune sulla Variante e sulla Convenzione. Di ieri tra l'altro la notizia che il gup Costantino De Robbio, nell'ambito dell'udienza preliminare che vede indagate 15 persone tra cui l'imprenditore Luca Parnasi, ha deciso di ammettere come parti civili proprio il Comune di Roma e la Regione.

Ok alla costituzione di parte lesa anche per il Codacons e Cittadinanzattiva. Non accolta la richiesta del sindacato Asia-Usb. Fatto questo che dovrebbe, ancora una volta, confermare come l'iter amministrativo sia pulito e che gli Enti coinvolti siano da considerare in caso parti lese. Non si fermano però le polemiche e le accuse (spesso pretestuose) nei confronti del futuro stadio a Tor di Valle.

Come quelle dei sostenitori della mozione Grancio-Fassina per l'annullamento del pubblico interesse. Tra questi ieri ha parlato il Presidente della Commissione Urbanistica del IX Municipio, Paolo Mancuso, ex 5 stelle in polemica con il Movimento. Il consigliere municipale ha denunciato come «il normale iter (per l'approvazione del progetto, ndr) non sia stato seguito». Fatto alla base della delibera presentata dalla Grancio e da Fassina, su cui proprio il IX Municipio si era espresso favorevolmente, salvo poi vedersi rispedito al mittente il parere a causa dell'errata interpretazione del regolamento da parte dei consiglieri di maggioranza.

La Roma resta fiduciosa, conscia di aver agito nel miglior modo possibile e soprattutto nel pieno rispetto delle leggi. Attende le mosse del Campidoglio, i cui alibi vengono fortunatamente sempre meno, e che non può indugiare troppo. Entro il prossimo mese c'è da approvare la Variante al Piano Regolatore, per poi passare alla Convenzione. Sempre che la Raggi voglia rispettare i tempi che lei stessa ha dettato: la prima pietra entro l'anno.