C'era una volta. C'è adesso. Ci sarà sempre. Così è, se vi pare e anche se non vi pare. Perché è Infinito. Nel senso letterale del termine. Francesco Totti ha chiuso la carriera agonistica ormai quasi due anni fa, eppure il suo nome travalica i limiti temporali. Lo vedi negli sguardi sognanti e lo ascolti nelle parole dei bambini, quelli piccoli davvero, che non possono avere memoria a lungo termine, ma se gli chiedi un giocatore preferito rispondono ancora e sempre «Totti».

Che dà l'idea del "tutto", non solo per assonanza. Francesco è la Roma, come ha sentenziato la Sud e come è scolpito a caratteri cubitali in una leggenda unica, inimitabile e destinata a essere riconosciuta anche nei secoli a venire. Ci sarebbe ben poco da aggiungere a un mero dato di fatto, che diventa notizia soltanto per chi ha vissuto in un'altra galassia nell'ultimo quarto di secolo. C'era una volta un bambino prodigio, dotato di poteri magici, che incantava Wembley.

Altro che lo stinco di Capello o la giocata nello stretto di Magic Box Zola. Era uno scricciolo biondo, ma a quindici anni e qualcosa già rappresentava l'eccellenza italiana anche Oltremanica. È suo il gol più giovane in Inghilterra, con una fascia al braccio come quasi sempre in carriera, è suo il più vecchio in Champions. 22 anni e mezzo e migliaia di cucchiai dopo.

The Legend, lo hanno chiamato non a caso nella patria del calcio. «The King is not dead», hanno aggiunto. E allora God save the King. Quello vero. C'era una volta un mondo di orchi e streghe e draghi e oscene creature, che negava l'evidenza. Lo faceva per i più disparati motivi: troppo legato a una vita a strisce per ammirare bellezze e magie generate sotto il Po.

Troppo miope per ammettere l'esistenza di una grandezza affrancata dalla tirannia dei soliti noti. Troppo incomprensibile la scelta di fedeltà di un fuoriclasse che quelle latitudini accalappiatutto le ha rifiutate sempre, anche quando non era ancora in età da motorino. C'è ancora un residuo di quel mondo, ma di fronte alle scelte di Totti si è piegato riconoscendone, anche se in ritardo, l'immensità.

Grazie a muri di record sgretolati e numeri antichi e moderni incalcolabili, che Pitagora e Nash insieme faticherebbero a seguire. Perché sono fantascienza, non scienza. 786 partite, 307 gol, 250 soltanto in A, col resto del mondo a distanze siderali anche salendo sull'Enterprise. Tutti con una maglia sono amore puro.